[04/02/2008] Comunicati

L’Africa tra Ciad, Epa e industrializzazione

LIVORNO. Mentre il Ciad si rotola nel sangue nell’ennesimo colpo di Stato, ordito da misteriosi portatori di libertà per conto terzi, in preparazione dell’ennesima dittatura e mentre guerriglieri, pretoriani presidenziali, parà francesi e militari infedeli si contendo N’djamena e quel che resta dell’esausto lago Ciad, ma pensano solo alle risorse nascoste sotto la sabbia e le rocce di questo Paese inventato e sfortunato, ad Addis Abeba l’Unione Africana (Ua) tentava di fare il punto sul futuro di un Continente sempre pronto a smentire le speranze di stabilità, ad affondare la democrazia nel tribalismo dei machete delle baraccopoli kenyane.

Non è un caso se la decima Conferenza al vertice tenutasi in Etiopia fosse proprio dedicata allo “sviluppo industriale dell’Africa”: il nuovo presidente della Commissione Ua, il gabonese Jean Ping (Nella foto), dovrà fare i conti con una situazione che nasce da un fatto semplice: la popolazione africana rappresenta il 10% di quella mondiale, mentre le sue industrie sono solo l’1% e come gli ha ricordato il suo predecessore, Alpha Oumar Konaré il continente africano «si deindustrializza da oltre 50 anni».

La situazione è peggiorata proprio negli ultimi 20 anni, quando molti Paesi africani, dopo l’era eroica dell’indipendenza, sono precipitati in una spirale di guerre tra Stati e civili, violenze inter-etniche ed agitazioni sociali che hanno devastato le strutture socio-economiche di interi Paesi, mentre l’Africa, nel suo insieme, non si è mai emancipata dallo stato di fornitore di materie prime verso i Paesi sviluppati, perpetuando un ruolo coloniale che solletica appetiti di vecchie e nuove potenze.

L’alto tasso di analfabetismo, è una delle principali cause di questa situazione che si riflette pesantemente sullo sfruttamento delle risorse ambientali, minerarie ed umane. Secondo l’Unesco, il tasso di scolarizzazione dei ragazzi in età scolare non raggiunge il 40% in molti Paesi africani, circa il 20% di ragazzi ed il 38% delle ragazze di tutto il continente non vanno a scuola. In Africa ci sono 360 milioni di analfabeti, il 60% dell’intera popolazione del continente e il 40% di tutti gli analfabeti del mondo.

In una situazione del genere la fuga dei cervelli è praticamente inarrestabile: secondo la International organization for migration (Iom), dal 1990 i paesi africani perdono ogni anno almeno 20 mila laureati che emigrano in Europa e America, ma l’Africa spende ogni anno 4 miliardi di dollari (circa un terzo dell’assistenza annuale che riceve) per pagare professionisti ed esperti occidentali e asiatici.

Una speranza potrebbe venire dal nuovo Economic Partnership Agreements (Epa) tra l’Africa e l’Unione Europea sul quale ha fatto il punto il summit di Addis Abeba, senza però raggiungere un compromesso perché diversi Paesi accusano gli Epa di essere troppo liberisti a senso unico. Gli Epa sono accordi, che vengono stipulati ogni 5 anni, e ridefiniscono il rapporti commerciali tra l’Europa e 72 vecchie colonie di Africa Caraibi e Pacifico (Acp), e dal 2008 rimpiazzeranno l’accordo preferenziale di Cotonou e la Convenzione di Lomè, ridefinendo le regole commerciali per consentire l’accesso preferenziale al mercato dell’Ue ai prodotti Acp e viceversa. Una cosa fortemente voluta anche dal Wto, l’organizzazione mondiale del commercio.

Il timore diffuso è che con gli Epa si apriranno definitivamente le porte alla competizione transnazionale con le piccole e deboli imprese industriali ed agricole africane che rischiano di soccombere alla concorrenza diretta dei produttori europei, ad un’agricoltura industriale fortemente sovvenzionata e ad imprese più ricche e strutturate. Ma l’Ue non ci sente quando l’Africa chiede di sopprimere le sovvenzioni agli agricoltori europei.

Il contrasto è anche sui tempi: gli africani sostengono che il periodo transitorio tra la firma degli Epa e la sua entrata in vigore è di 25 anni e che quindi hanno ancora tempo per risolvere i problemi infrastrutturali e rafforzare la capacità dei loro piccoli agricoltori ad esportare e produrre in maniera competitiva e far così fronte alle barriere non tariffarie dell’Ue. L’Unione europea insiste per ridurre a 15 anni il periodo di transizione e preme perché ogni Paese africano sottoscriva separatamente gli Epa con l’Ue nel suo insieme.
Dopo le speranze del summit euro-africano di Lisbona, molti Paesi africani pensano che l’accordo con l’Ue potrebbe tradursi in perdite di entrate tariffarie più alte di quanto oggi spendono in salute ed educazione, proprio i settori pubblici nei quali l’Onu chiede di investire se si vuole garantire uno sviluppo umano sostenibile all’Africa. E non è un caso se i cinesi siano molto interessati ad infilarsi in questa crepa tra Europa e Paesi Acp, tanto che l’agenzia ufficiale Xinhua, in margine alle perplessità emerse nel summit Ua, sottolinea che «L´Africa che ha visto una crescita economica media di più del 5% annua negli ultimi tre anni, ha bisogno della volontà e del coraggio di difendere in maniera collettiva questa tendenza, come ha dichiarato Konaré: "non c’è avvenire per un’Africa non unita"». Unita per respingere solo il neocolonialismo europeo o anche quello nuovissimo cinese?



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