[28/01/2008] Monitor di Enrico Falqui

Bischerate, Bugie e…Vecchi merletti

FIRENZE. Se Roberto Benigni prendesse la parola, in queste ultime settimane di campagna elettorale sul referendum che si svolgerà a Firenze il 17 febbraio, probabilmente si rivolgerebbe ai suoi abitanti con quel grido che lo ha reso celebre :”…Ma ‘i che c’èee? “
Quell’urlo tragicomico avrebbe probabilmente l’effetto di svegliare l’anima di una città, al bivio tra declino e cambiamento, dove i giovani sono una “minoranza” rispetto ad una popolazione anziana che sfiora il 34% del totale dei suoi abitanti.
Firenze è una città non predisposta per i grandi cambiamenti ma oggi, per la prima volta nella sua lunga storia, avverte la necessità di guardare al futuro, oltre i tradizionali “confini” della città rinascimentale, delle cui testimonianze artistiche conserva, gelosa e prudente, tutto lo splendore che l’ha resa famosa nel mondo.

Se una responsabilità grava sulla testa di chi oggi, da palazzo Vecchio, governa la città è quella di non aver saputo trasmettere ai propri concittadini l’orgoglio di vivere in una città “cosmopolita”, quale fu quella governata dai suoi inventori e mecenati, i Medici, ma che oggi, in assenza di questa voglia di futuro, rischia di divenire una città “chiusa” in sé stessa. In un recente simposio mondiale svoltosi a Copenhagen ( settembre 2007), il tema del “futuro delle città” ha dominato un’eccezionale esposizione di idee, di progetti di architettura e di tecnologia, di scenari di sviluppo sostenibile per centinaia di città medio-grandi appartenenti a oltre 100 Paesi. Nel Manifesto conclusivo del Simposio si afferma che «..a partire dalla seconda metà degli anni’80, in Europa, si è passati da uno spazio fortemente polarizzato da poche e grandi città a uno spazio urbano in cui attività e collettività tendono a distribuirsi in maniera quasi uniforme e a un tipo di mobilità delle persone di tipo sempre più “erratico”, che impone alla riflessione le forme e i modi per assicurare questa mobilità che rappresenta, oggi diversamente dal passato, la vera e propria vita della Città».

In altre parole, nella città contemporanea è illusorio pensare (come sostengono molti degli oppositori al progetto di sistema integrato di mobilità a Firenze) «..di ridurre il bisogno di mobilità urbana», poiché oggi
questa necessità sociale e culturale contiene un elemento di vitalità e anche di equità sociale, che era sconosciuta all’epoca della progettazione della Città rinascimentale.

Se, come tali oppositori fiorentini sostengono, «…non c’è esempio europeo che valga per la città di Firenze», ciò significa che l’idea di conservazione dello status quo è più forte e pregiudizialmente più importante di qualsiasi confronto con gli scenari futuri delle città, di cui si discute animatamente ovunque in Europa e nel Mondo. Il tema cruciale della città contemporanea, immersa nella geopolitica del confronto economico globale tra aree metropolitane forti verso le quali affluiranno gli investimenti in una competizione feroce tra di loro, dimenticando o distruggendo le aree urbane deboli dell’Occidente e del Terzo Mondo, è quello di migliorare e rendere più rapida la sua accessibilità, garantendo un innalzamento della qualità urbana e ambientale e una maggiore equità e coesione sociale.

Di questi argomenti si dovrebbe parlare nel corso di una campagna elettorale, i cui toni si accendono non quando si parla del “futuro della città”, bensì quando i media locali puntano i riflettori sulla valanga di bischerate, bugie e boatos che i veri conservatori di destra e di sinistra, oppositori della tramvia urbana, rovesciano nelle orecchie degli annoiati uditori fiorentini. Non paghi di aver definito l’attraversamento di piazza Duomo da parte della Linea 2 della tramvia «un ecomostro che squarterà il Centro storico», adesso un’insigne storica dell’Arte ha preso carta e penna per rivolgersi all’amministrazione comunale affermando che l’intrusione di tale “treno” in prossimità del Duomo e del Battistero provocherà, a causa delle vibrazioni, il distacco delle preziose formelle contenute all’interno del Battistero.

Ebbene, c’è chi è davvero convinto che le vibrazioni del tram di oggi siano più perniciose dei circa 2500 autobus che quotidianamente passano per quello stesso tracciato a ridosso del Duomo e del Battistero? C’è chi è davvero convinto che la posa dei binari sui materiali elastici che oggi vengono utilizzati non sia in grado di assorbire tali vibrazioni? C’è chi è davvero convinto che la riduzione della velocità, cui il tram viene obbligato in quel tratto tra Via Cerretani e Via Cavour a causa della dismissione del pantografo e all’utilizzo dell’esclusiva trazione a batteria, non sia in grado di rendere non apprezzabili le vibrazioni del mezzo?

Basta fare lo sforzo di ammettere che lo stesso problema è stato irrilevante, o assorbito totalmente o risolto in quelle città europee( alle quali però gli oppositori sciovinisti del tram non vogliono guardare!!) dove il tram passa a distanza anche inferiore a quello che avverrà nel centro di Firenze: Siviglia, Brema, Bordeaux. Basta anche fare lo sforzo di mettere a confronto gli studi sulla stabilità della Cupola del Duomo, eseguiti diversi anni fa dall’emerito (oggi scomparso) Prof. Salvatore di Pasquale, con quelli svolti nei laboratori di ricerca della RATP francese e quelli ricavati dalla Tatra tedesca (sede di produzione, Erfurt) nelle loro attività di esercizio a Bordeaux e Lille, Mannheim e in Turingia.

Messi a confronto, i due sistemi di risultati sulle vibrazioni prodotte da un tram in attraversamento lento di zone centrali ed affollate di pedoni e quelle prodotte da lunghe colonne di autobus e automezzi che procedono in mezzo alle sconnesse pietre e buche esistenti oggi in Piazza Duomo, la sproporzione a favore del tram è talmente evidente che ci fa capire con quale giusta indignazione il Prof Di Pasquale si batté perché la circolazione degli autobus fosse totalmente rimossa da quell’area.


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