[28/01/2008] Recensioni

La Recensione. In un mondo imperfetto di Joseph E. Stiglitz

Stiglitz ha rivestito ruoli rilevanti nella politica economica. Ha lavorato nell´amministrazione Clinton come Presidente dei consiglieri economici (1995 – 1997). Alla Banca Mondiale, è stato Senior Vice President e Chief Economist (1997 – 2000). Ha vinto il Nobel per l’economia nel 2001 per il contributo dato alla teoria economica delle "asimmetrie informative" riguardante lo screening, una tecnica usata da un agente economico che voglia acquisire informazioni - altrimenti private - da un altro. È per questo contributo che ha condiviso il prestigioso premio con Gorge A. Akelorf e A. Michael Spence.

Vale la pena ricordare che questo stesso anno ( il 2001) è stato anche quello dove il maggior partito della sinistra italiana (allora si chiamava DS), perse le elezioni (e con esse il governo), si confrontò in un congresso dove l’elemento di autocritica più marcato sottolineava come, durante gli anni di gestione del potere (appunto, 1996-2001), non si fossero sufficientemente assecondati i dinamismi autonomi del mercato.

Laura Pennacchi (che in quei governi fu sottosegretario al Tesoro) nella introduzione al libro di Stiglitz, cominciava invece a riflettere bene su cosa era successo. «La sinistra deve colmare un proprio vuoto culturale nel discorso pubblico relativo alla tassazione – occupato nei decenni conservatori esclusivamente dalla destra -. Tornando a discutere apertamente dei fondamenti di legittimità democratica della tassazione. Va contrastata l’ideologia conservatrice – verso cui, invece, ci sono stati conformismo e concessività – che considera la tassazione come cosa intrinsecamente negativa e dunque priva di legittimità: con ciò cancellando la lezione liberale per cui le tasse sono il premium libertatis e l’altra faccia del costo dei diritti».

Mettiamo in rete questa recensione dopo il quinquennio berlusconiano e dopo (neanche) il biennio prodiano. In piena crisi di governo e con le nuvole di una recessione mondiale. Uno scenario solo in parte diverso dal 2001. Infatti anche oggi la condizione prevalente è quella di una grande incertezza determinata innanzitutto da una imperfetta distribuzione delle informazioni, e dalla connessa difficoltà di porre in atto adeguate politiche di stabilizzazione. La globalizzazione, come osserva l’autore, porta infatti con se il paradosso di porre domande nuove agli stati-nazione, ma di ridurre al tempo stesso drasticamente la loro capacità di affrontare simili domande. Prova ne sia l’oramai acclarata crisi climatica che richiama quella energetica e che è, a sua volta, legata a triplo filo con quella economica. Un circolo vizioso dal quale se ne può uscire solo con un riorientamento dell’economia verso la sostenibilità ambientale.

Ma mettere in pratica questo riorientamento significa (significherebbe) innanzitutto affrontare di petto la gravissima questione dell’assenza di istituzioni mondiali in grado di piegare la globalizzazione verso questo obiettivo. Abbiamo un sistema di governance globale, affermava già nel 2001 Stiglitz (anche se forse eccedeva nell’ottimismo), ma ci manca un governo globale. Ed aggiungeva: «anzi ne abbiamo uno, implicito e improprio, il “G1”: il potere, assoluto e incontrastato, degli Stati Uniti. E proprio nel momento in cui la necessità di solide istituzioni internazionali sarebbe più forte che mai, la fiducia in quelle che esistono, come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, raggiunge i livelli più bassi». E continuava dicendo che «il risultato di tutto ciò è un mondo che, per essere ormai privo di rivali, non è per questo meno imperfetto».

A quasi sette anni da queste considerazioni, si può aggiungere solo che si è sbriciolata anche l’illusione del “G1” di risolvere i problemi per tutti (e a prescindere da tutti). Siamo alle soglie di nuove elezioni americane che si giocano sui temi delle regole da dare al mercato, sulla necessità di riprendere una politica multipolare e con un nuovo premio nobel, Al Gore, (che insieme a quell’Ipcc che ha mostrato al mondo dell’economia come questo stia segando il ramo su cui siede) che pure nel 2001 perse (forse) contro Bush. E siamo anche alle soglie di una nuova campagna elettorale e di nuove elezioni anche in Italia.

E tuttavia si continua, da noi in Italia, ad affrontare la crisi nazionale non all’insegna di un confronto “sui fallimenti del mercato” come Stiglitz dice in questo libro, bensì sulle virtù salvifiche del “dinamismo autonomo dell’economia”. Roba da ridere, se non fosse da piangere. Il programma 20-20-20 della Ue, a proposito del freno ai mutamenti climatici pretende (rebbe) una fortissima azione pubblica di riorientamento dell’economia. E il nodo è che questa fortissima azione, che è assolutamente impossibile lasciarla al “dinamismo autonomo” del mercato, trova le nostre istituzioni debolissime e screditate proprio nella loro capacità di decidere e di orientare alcunché. Un quindicennio di politica-marketing, praticata, come ha avuto modo di osservare l’Eurispes, con i sensori dei sondaggi piazzati nella “società civile poltiglia” (come l’ha definita il Censis); dove si sono formate, a tutti i livelli e sotto tutte le latitudini, classi dirigenti sulla “cifra” di quanto si è bravi a scansare (non a risolvere) i problemi e di quanto si è capaci di stare sui media (magari salendo sul palco con Grillo). Un quindicennio che ci mette anche nelle condizioni, storicamente inusitate, di avere contemporaneamente gruppi dirigenti stanchi e sfiatati e di avere ricambi assolutamente peggiori di ciò che è esausto. Eppure come diceva Stiglitz già sette anni or sono “Per troppo tempo l’ideologia della destra ha guidato la definizione del ruolo economico appropriato ( più che minimale ) dello Stato. E’ arrivato il tempo ora di cercare di formulare alcune visioni alternative del ruolo economico dello Stato nel nuovo secolo, visioni basate sull’uso della scienza economica, ma motivate dall’impegno per la giustizia sociale e la democrazia”. E la sostenibilità ambientale, aggiungiamo noi. Speriamo nell’America…il che è tutto dire!


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