[17/12/2007] Aria

I piccoli David di Bali e il Golia americano

LIVORNO. Forse il summit di Bali resterà nell’immaginario collettivo per le lacrime di rabbia e sconforto di Yvo de Boer, per i frenetici viaggi di Ban Ki-Moon o per la faccia terrea di Paula Dobriansky (nella foto, il sottosegretario di stato Usa per la democrazia e gli affari mondiali, quando ha dovuto ammettere la ritirata ingloriosa della delegazione Usa, ormai abbandonata anche dai sui più fedeli alleati, Canada, Russia e Giappone e dal silenzio complice della Nuova Zelanda e dell’Australia che alla firma del Protocollo di Kyoto non ha fatto seguire un altrettanto coraggioso comportamento a Bali.

Ma se c’è un eroe di Bali, questo ha il volto sconosciuto di Kevin Conrad, un oscuro ambientalista americano che rappresenta all’Onu un poverissimo e dimenticato Paese, la Papua Nuova Guinea, che rivolto alla potentissima delegazione Usa ha detto: «Se non volete essere da guida e non volete venirci dietro, allora levatevi dai piedi».

Dopo le durissime parole rivolte loro poco prima da una inferocita delegazione sudafricana per il comportamento «sgradevole e privo di fondamento», i rappresentanti di Washington tutto si sarebbero aspettato meno che un basta così insolente venisse da un "arretrato" Paese di 4 milioni di abitanti, indipendente dal 1975 dopo essere stato colonia inglese e tedesca e poi protettorato australiano, uno Stato ancora embrionale fatto in gran parte da popoli primitivi tribali che parlano lingue sconosciute.
L’età della pietra contro lo shuttle. Un Davide nero con in testa le piume dell’uccello del paradiso contro il Golia planetario armato di atomiche.

Cinque minuti dopo, quando ormai la conferenza sembrava fallita, la Dobriansky ha annunciato l´ok degli Usa.

Le piccole nazioni insulari dell’Oceania sono state in prima linea, pensano al mare che sale, ai coralli che sbiancano, ai colori della biodiversità delle loro foreste che appassiscono. Il quotidiano The National di Port Moresby, la capitale di Papua Nuova Guinea, spiega che il via libera all’intemerata di Kevin Conrad era venuto direttamente dal primo ministro Michael Somare che due giorni prima aveva chiesto con forza alle nazioni industrializzate di fissare limiti e obiettivi per le emissioni di CO2.

E il rappresentante di un minuscolo Paese, le Tuvalu sperdute nell’oceano Pacifico, aveva detto rivolto agli Usa: «non è questo il momento di fare i vostri interessi».

La bella sorpresa della Conferenza di Bali è stato l’attivismo frenetico, verrebbe da dire l’istinto di sopravvivenza, che ha mosso i 150 Stati del Gruppo 77, ed anche le nuove potenze economiche del pianeta che del G77 fanno parte, Cina, India, Brasile, Sudafrica, che hanno manifestato una volontà di agire contro i cambiamenti climatici che ha fatto da sponda all’Unione europea ed ha sconfitto l’atteggiamento dilatorio degli Usa e dei loro meno visibili alleati.

Alla fine la Dobriansky ha dovuto ingoiare l’amaro boccone: «Siamo molto interessati alla riduzione delle emissioni di gas serra a lungo termine – ha detto – e gli Stati Uniti lavoreranno con gli altri grandi Paesi emettitori di gas serra per ridurli della metà entro il 2050. Gli Stati Uniti vanno avanti e si uniscono all’accordo».

Un successivo comunicato della Casa Bianca ammette la sconfitta e cerca di mettere qualche paletto: «Gli Stati Uniti si uniscono all’accordo raggiunto nella Conferenza delle parti a Bali, che è una prima tappa essenziale per il processo di negoziati delle Nazioni Unite per un nuovo regime post-2012. I negoziati devono svilupparsi sull’idea che il problema dei cambiamenti climatici non potrà essere trattato solo come degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra prese solamente dai Paesi sviluppati. I principali Paesi in via di sviluppo devono ugualmente agire per ridurre le loro emissioni di gas serra. Gli Stati Uniti attendono con interesse di partecipare ai negoziati compresi nella road map di Bali, all’interno di un grande processo economico, all’interno del G8 e di altri canali appropriati, in vista della realizzazione di un approccio globale ed efficace per il post- Kyoto, dopo il 2012».

Il ministro australiano per il cambiamento climatico, Penny Wong, ha detto oggi che «questa sarà una grande sfida per pervenire ad un consenso su un nuovo obiettivo di emissioni di gas serra entro il 2009» E riferendosi al summit di Bali ha deplorato il fatto che «ci siano state molte differenziazioni sul modo di rispondere alla sfida rappresentata dal cambiamento climatico. Sono molto cosciente che si tratta di un processo difficile, ma sono molto incoraggiata che abbiamo raggiunto la volontà di addivenire ad un compromesso e ad un accordo entro due anni. La road map getta la base per i negoziati dei due prossimi anni, questo ci permette di trovare una via per arrivare ad un accordo globale nel 2009».

Per il primo ministro portoghese José Socrates «La road map adottata a Bali durante la conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici, è una vittoria per l’Unione europea e il mondo intero nella lotta contro il cambiamento climatico. L’Ue affida una grande importanza al problema del cambiamento climatico ed ha fatto grandi sforzi per promuovere un nuovo accordo globale su questo problema. L´Ue promette di ridurre dal 25 al 40% le sue emissioni di gas serra entro il 2020».

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