[17/12/2007] Aria

Il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno di Bali

LIVORNO. Bali non sarà stata un successo assoluto come ci hanno raccontato giornali e televisioni forse sfiancati da 15 giorni di interminabile maratona oratoria e di indecifrabili riunioni a latere, ma almeno si è riusciti ad evitare, con un onorevole compromesso, un insuccesso che sarebbe probabilmente stato catastrofico.
Dal summit mondiale sul cambiamento climatico viene fuori intanto la sconfitta dei “negazionisti”. Sull’analisi cioè sono ormai tutti d’accordo: il cambiamento climatico è già all’opera, anche se l’allarme lanciato dagli scienziati dell’Ipccc non sembra essere stato compreso in tutta la sua gravità; tutto è congelato e rimandato al summit di Varsavia del 2008 e poi a quello di Copenaghen del 2009 che dovrà dare risultati formali e tirare le fila di un ordito che a Bali era già pronto, con tanto di numeri messi in fila. E’ comunque un “successo” che questo avvenga prima della scadenza del Protocollo di Kyoto nel 2012. Insomma, la spinta all’accelerazione non c’è stata, le ambiziose richieste di molti sono sopite, ma il freno a mano non è stato tirato, anzi gli Usa non sono riusciti a tirarlo del tutto.

Un’altra cosa appare innegabile: di fronte alla vacanza di interesse e di potere costituita da un’amministrazione Bush assediata anche dall’interno dai sempre più numerosi pro-Kyoto che affollano il partito repubblicano, la responsabilità di proporre un concreto piano di lavoro per la maratona negoziale è ora tutta sulle spalle dell’Unione europea e sui Paesi in via di sviluppo che a Bali sono riusciti a sviluppare un nuovo ed informale dialogo tra di loro.

I commenti degli ambientalisti. Secondo Hans Verolme, direttore del Programma mondiale sul cambiamento climatico del Wwf International la road map uscita da Bali è «privata di sostanza. Abbiamo chiesto all’amministrazione americana di non mettersi di traverso sulla strada, e finalmente ha ceduto alle pressioni. La road map di Bali lascia una sedia libera al tavolo dei negoziati per permettere al prossimo presidente americano di apportare un vero contributo alla lotta mondiale contro il pericoloso cambiamento climatico». Comunque, il Wwf apprezza I progressi realizzati a Bali per quanto riguarda «alcune barriere pratiche di messa in campo di un futuro regime del cambiamento climatico, compresi il trasferimento di tecnologie, l’adattamento e le iniziative finanziarie».

Molto critici anche Greenpeace, Réseau Action Climat-France e la Fondation Nicolas Hulot che denunciano il «sabotaggio condotto dall’amministrazione Bush e la sparizione di impegni numerici che avrebbero fatto la riuscita di Bali: l’obiettivo di mantenere l’aumento globale delle temperature al di sotto di 2°C entro la fine del secolo; la necessità di dimezzare le emissioni mondiali di gas serra entro il 2050; l’impegno dei Paesi industrializzati a ridurre dal 25 al 40 % le loro emissioni entro il 2020, in rapporto ai livelli del 1990; il “picco”, vale a dire che le emissioni devono giungere al loro culmine entro 10 o 15 anni».

«Il consenso scientifico è ridotto ad una nota a fondo pagina – spiega Pascal Husting, direttore di Greenpeace France – che rinvia ad un tavolo dove ogni Paese può optare per lo scenario che gli conviene. La road map disegnata a Bali prende il rischio di + 3°C, del capovolgimento irreversibile degli ecosistemi, di centinaia di milioni di rifugiati climatici».
Secondo Morgane Créach, di Réseau Action Climat-France «Bali ha registrato qualche avanzamento importante ma ha fallito sull’essenziale : trovare un accordo comune comprendente obiettivi concreti. Se si é evitato il peggio, molto lavoro resta da fare fino alla Conferenza di Copenaghen, nel 2009».

Per il neo-presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza «Grazie allo sforzo congiunto dell`Europa e dei Paesi in via di sviluppo è stato evitato un passo indietro nella lotta ai cambiamenti climatici. Gli Usa sono stati isolati e costretti a ritrattare le loro posizioni: se il miope ostruzionismo di Washington ha impedito di raggiungere un risultato efficace, si è aperta comunque una nuova prospettiva. Il merito del risultato di Bali va ascritto all’Europa, che si è presentata ai negoziati con la decisione già presa di tagliare unilateralmente le emissioni del 30%, e ai paesi emergenti, come Cina, India e Sud Africa, che hanno capito l’urgenza e l’inderogabilità della riduzione dei gas serra e hanno saputo giocare un ruolo fondamentale nella trattativa. L’Europa ha saputo essere compatta e rappresenta, Germania e Gran Bretagna in testa, il fronte più avanzato nella lotta ai cambiamenti climatici. Deve continuare su questa strada e indicare la rotta. Ci auguriamo che all’appuntamento di Copenhagen gli Stati Uniti siedano al tavolo dei negoziati con una nuova amministrazione che sappia liberarsi dell’eredità negazionista dell’era Bush. Dal canto suo – ha concluso Cogliati Dezza - l’Italia oggi è ferma al palo e deve recuperare il distacco dal resto dell’Europa, mettendo in atto una profonda revisione della politica energetica che punti su fonti rinnovabili, efficienza e mobilità alternativa».

Torna all'archivio