[07/12/2007] Consumo

Timberland: il greenwashing non lava via né i dubbi sociali né quelli ambientali

LIVORNO. Nei mesi scorsi la multinazionale dell’abbigliamento Timberland ha lanciato il programma “Plant on us” ideato insieme a Legambiente: per ogni paio di scarponcini in pelle riciclata “Earthkeeper” acquistato, la multinazionale - a partire dalla primavera 2008 - si impegna a piantare un albero.
Conoscendo però alcune vicende riguardanti il trattamento dei lavoratori nelle fabbriche sue fornitrici e pur sottolineando nell’articolo di Greenreport del 16 ottobre il valore in sè positivo dell’iniziativa, una questione rimaneva e rimane sospesa: «siamo di fronte a una multinazionale che cavalca l’onda della sostenibilità o più probabilmente quella del cosiddetto greenwashing: ovvero ripulire, attraverso la pubblicità, la propria immagine?».

Ci si chiedeva (e ci si chiede) cioè se i nuovi scarponcini, se pur prodotti con materiali compatibili siano effettivamente prodotti secondo i crismi della sostenibilità ambientale e sociale; se davvero il ciclo produttivo abbia impatti ambientali minimi e rispettosi dei limiti imposti dalla normativa; se i diritti dei lavoratori siano rispettati e appunto se i bambini siano impiegati nella lavorazioni.

Timberland del resto è un multinazionale con fornitori sparsi in tutto il mondo, in paesi dove spesso non esistono né normative ambientali, né tutele specifiche nei confronti dei lavoratori.
Di questo e in particolare del modo con cui vengo scelti i fornitori, ne abbiamo parlato con Claudia Lunati dell’ufficio Marketing & communication manager di Timberland Italy Srl .

A seguito di alcune denunce, Timberland ha elaborato un proprio codice di condotta per il rispetto dei diritti minimi dei lavoratori per tutta la filiera produttiva. Come viene controllato il rispetto del codice etico nelle aziende fornitrici?
«Ogni nostra azienda fornitrice viene sottoposta ad esame al fine di verificarne l’adeguatezza secondo gli standard sanciti dal nostro codice di condotta. In seguito al controllo, l’azienda viene classificata secondo 3 tipologie: partner - acceptable e high priority.
Nel primo caso si tratta di partner che rispettano i parametri, nel secondo di aziende che necessitano di un intervento in quanto presentano delle anomalie rispetto al codice di condotta, ma non si tratta di violazioni che richiedano azioni drastiche e nel terzo si tratta di aziende ritenute ad alto rischio. In questo ultimo caso si tratta cioè di aziende che necessitano di un nostro immediato e drastico intervento in quanto presentano al loro interno casi di violazione dei diritti umani (adottano orari di lavoro superiori a quelli imposti dal nostro codice di condotta), etici (accettano personale con documenti falsificati, li pagano meno del minimo da noi consentito nel codice, usano sul personale percosse fisiche e verbali, adottano comportamenti discriminatori...) .
Grazie a tutto questo nel 2006 più del 50% dei fornitori in Usa e Canada hanno raggiunto lo status di partner e questo grazie alle azioni di recupero attivate da Timberland. Tali dati non erano così positivi nel 2005 (In realtà nel rapport sul Csr si legge a pagina 23 che Stati Uniti e Canada ospitano solo 18 aziende fornitrici primarie, mentre la maggior parte si trova nei paesi in via di sviluppo, e le percentuali sono molto peggiori: in Cina per esempio su 99 fornitori, solo il 15% è partner, il 26% acceptable e addirittura il 59% high priorità, ndr )».

Nei Paesi in via di sviluppo quindi la situazione non è affatto rosea, ma perché Timberland ha escluso dall’elenco dei suoi fornitori l’azienda cinese Kingmaker, produttrice di scarpe per la multinazionale. Quali sono stati i motivi di espulsione dall´elenco di Kingmaker?
«Le condizioni lavorative cui erano sottoposti i lavoratori».

Quali sono le procedure per l´assegnazione dei lavori? Vengono fatte delle gare?
«Non sono ahimè in grado di darle una risposta in merito se non quella che chiave di ingresso resta il codice di comportamento».

Torna all'archivio