[03/12/2007] Comunicati

Il G77 chiede un nuovo meccanismo per i fondi di adattamento al global warming

LIVORNO. Il giornale Jakarta Post riporta le dichiarazioni dei responsabili del gruppo dei 77 (G77), la struttura riconosciuta dall’Onu che raggruppa ormai 130 Paesi in via di sviluppo, che partecipano alla Conferenza sul clima di Bali e annunciano che venerdì scorso è stato raggiunto un accordo nel quale si accetta la messa in opera di un fondo di adattamento trasparente, responsabile e accessibile.

Il G77 accetta i principi di questo fondo e la realizzazione di «un sistema di controllo a due livelli che comprendono una istituzione direttiva ed una organizzazione di controllo quotidiana». Le proposte saranno presentate alla tredicesima Conferenza Onu sui cambiamenti climatici che si è aperta oggi. Il G77 ha deciso quindi di giocare un ruolo in proprio e da protagonista, per non farsi schiacciare dalle tesi dei Paesi ricchi e di quelli (che pure fanno parte dell’organizzazione) in rapido sviluppo come Brasile, Cina, India e Sudafrica, ma anche dagli Stati petroliferi che giocano un’altra e più facile partita. Il corno del dilemma sembra soprattutto le misure di mitigazione ed adattamento dei Paesi più poveri al global warming e come le tecnologie per far questo saranno loro trasferite ed attraverso quali finanziamenti. Anche il Paese ospitante della Conferenza dell’Unfccc di Bali fa parte del G77 e il suo rappresentante Sulistyowati ha detto che «L´Indonesia insiste sul fatto che non importa chi dirige e controlla i fondi di adattamento, noi, come gli altri Paesi in via di sviluppo, dobbiamo avere un accesso facile a questi, e il controllo dei fondi deve essere trasparente».

Per il rappresentante della Thailandia Aree Wattana Tummakiri «la flessibilità, la responsabilità e l´accesso facile ai fondi per i Paesi in via di sviluppo sono le domande dei membri del G77 sul controllo dei fondi. Stabiliremo una istituzione di direttiva, che sarà composta dai firmatari del Protocollo, in realtà preferiamo un’organizzazione prossima ai Paesi in via di sviluppo a dirigere i fondi. Attualmente abbiamo difficoltà ad accedere al denaro e nei metodi per controllare i fondi». Il Protocollo di Kyoto stabilisce che i fondi di adattamento possano fornire fondi al livello del 2% degli importi prelevati sui crediti di carbonio accordati al settore privato. L’ammontare attuale del fondo è di circa 100 milioni di dollari, ma potrebbe raggiungere anche miliardi di dollari, visto che il valore dei progetti Cdm (Clean Development Mechanism) sta aumentando.

Secondo Réseau Action Climat, un network di Ong internazionali dei Paesi in via di sviluppo «hanno bisogno di almeno 50 miliardi di dollari per adattarsi ai cambiamenti climatici». Il fondo é attualmente gestito dal Global Environment Facility (Gef), un meccanismo di finanziamenti ambientali costituito nel 1994, l’istituzione che si occupa degli affari finanziari dell’Unfccc e di altri accordi ambientali che assommano a circa un miliardo di dollari per il periodo 2007 - 2010.

I progetti del Gef sono applicati dalla Banca mondiale, da agenzie dell’Onu, dalle banche di sviluppo regionale, dal fondo internazionale per lo sviluppo agricolo e dalla Fao. L’Unione Europea e la maggior parte degli altri Paesi sviluppati pensano che il Gef debba continuare a gestire i fondi di adattamento perché è già dotato di esperienza, infrastrutture e capacità. Ma la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo meno avanzati non vogliono più sentir parlare del Gef perché è difficile ottenere i soldi da questo organismo e lo accusano di scarsa trasparenza. Ma, al di là dei problemi finanziari, quello che preme di più ai Paesi in via di sviluppo è che i ricchi mettano a disposizione le loro tecnologie per aiutarli a far fronte ad un cambiamento climatico che per molti di loro ha già avuto effetti devastanti.

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