[30/11/2007] Rifiuti

La Cassazione: le emissioni gassose di una raffineria non sono rifiuti

LIVORNO. Le emissioni gassose dirette o previa combustione delle raffinerie di oli combustibili non costituiscono rifiuto e ad esse si applica la disciplina della parte quinta del Testo unico ambientale. Lo afferma la Corte di Cassazione che, con sentenza del 12 novembre di questo anno, ritorna sulla questione del confine tra rifiuti gassosi ed emissioni in atmosfera.
E lo fa con riferimento alla raffineria Agip di Gela condannata dal tribunale di primo grado per aver svolto senza autorizzazione l’incenerimento dei rifiuti gassosi provenienti dalle produzioni negli impianti di raffinazione.

Sotto accusa in primo grado quindi, il trattamento mediante combustione o postcombustione all’interno della caldaia “Co boiler” dell’anidride carbonica prodotta dall’impianto Cracking catalitico; il processo di combustione nella Torcia Teco dei gas provenienti dall’accumulo di pressione nelle vasche del trattamento delle acque di stabilimento e il processo di desolforizzazione dell’impianto Claus dei prodotti trattati nella raffineria.

E questo perché - secondo il tribunale - i tre impianti non sono parte integrante del processo di raffinazione e sono considerati come impianti destinati al trattamento dei rifiuti. Quindi, da sottoporre alla disciplina sui rifiuti e non a quella degli effluenti gassosi, da autorizzare secondo il decreto Ronchi prima e il testo unico ambientale parte quarta, poi. Una decisione basata sulla convinzione che i prodotti allo stato gassoso possono essere ricondotti in base alla circostanza, sia alla categoria dei rifiuti, sia a quella degli effluenti gassosi: sono rifiuti quando il prodotto viene sottoposto a trattamento al fine dello smaltimento, mentre sono effluvi gassosi quando il prodotto è destinato a essere immesso direttamente in atmosfera.

Ma la Cassazione non ha condiviso le impostazioni e le soluzioni adottate dal tribunale di Gela.
Sostiene infatti che i residui solidi della raffinazione come il coke, oppure quelli della postcombustione come lo zolfo, assumono le caratteristiche del rifiuto se non vengono reimpiegati nel ciclo produttivo ad esempio per generare energia, oppure se non trattati e ceduti come prodotto commerciale (e ciò può valere per lo zolfo)
oppure se non affidati a terzi per lo smaltimento.

Ma la medesima logica – secondo la Corte – non risulta applicabile ai gas. I gas generati dai tre impianti sono disciplinati dalle leggi nazionali e comunitarie perché potenzialmente inquinanti e come tali sono oggetto delle prescrizioni volte a ridurne le impurità prima di essere immessi in atmosfera.

Il dm 12 luglio 1990 infatti, contiene le linee guida in tema di emissione nell’atmosfera procurate da impianti industriali e prevede le disposizioni specifiche in riferimento alle raffinerie. Il che significa che la disciplina in tema di emissione delle raffinerie si rivolge espressamente anche ai gas temporaneamente raccolti e stoccati all’interno dell’impianto in attesa del successivo trattamento diretto. E ciò impedisce che questi gas possano essere ricondotti alla nozione di rifiuto. Del resto l’attività di raffinazione dei prodotti petroliferi è una attività di particolare complessità che richiede una molteplicità di lavorazioni della materia prima, perché solo in questo modo è possibile separare i suoi componenti e ottenere più tipologie di prodotti “raffinati”.

Dunque secondo la Corte gli effluenti gassosi possono costituire rifiuto, ma solo se ai fini dello smaltimento siano immessi da soli o insieme ad altre sostanze in contenitori, oppure quelli effluenti gassosi siano stoccati e quindi smaltiti a mezzo di impianti indipendenti rispetto a quello dove sono stati generati nel corso di attività produttiva. In tutti gli altri casi rimangono emissioni e dunque sottoposti alla disciplina specifica.

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