[27/11/2007] Urbanistica

Riccardo Conti: Facciamo buona urbanistica per tenere assieme territorio, ambiente e paesaggio

FIRENZE. Salvatore Settis, che presiede la commissione incaricata di riscrivere il Codice sui beni culturali e sul paesaggio per il ministero presieduto da Rutelli, torna oggi sulle pagine di Repubblica, sul dibattito sulla tutela del paesaggio. Sgombrando il campo sul dubbio a chi deve ricadere la responsabilità della tutela, sancita anche da una recente sentenza della corte costituzionale, come compito precipuo dello stato. Il tema sta allora come scrive Settis «nell’intrico di norme e competenze che non chiarisce se territorio, ambiente e paesaggio, ambiti regolati da diverse normative e sotto diverse responsabilità, siano tre cose o una sola».
E aggiunge che «una ricomposizione normativa, per cui le tre Italie del paesaggio, del territorio e dell’ambiente ridiventino una sola, è al tempo stesso ardua e necessaria».

Si è cominciato quindi con il nuovo Codice Rutelli a rimettere mano all’ardua questione, mentre al parlamento si va discutendo su diversi disegni di legge che riguardano il governo del territorio.
Ne abbiamo discusso con l’assessore regionale Riccardo Conti, che in Toscana ha avviato un sistema di pianificazione innovativo con la recente introduzione del Pit.

Assessore Conti, Salvatore Settis richiama alla necessità di una ricomposizione normativa per riunificare paesaggio, ambiente e territorio, secondo lei come può avvenire?
«Bisognava non separare e mi verrebbe da chiedere in maniera del tutto bonaria a Settis, perché è allora proprio lui a operare verso la separazione. Dato che il codice Rutelli tende ad accentuare le distanze anziché ad accorciarle. Per me è del tutto evidente che bisogna non separare territorio da paesaggio e ambiente, ma per far questo è necessaria una legge di riforma complessiva che contenga le regole che lo stato dà a se stesso e quali debbano essere i principi della pianificazione regionale».

Si dovrebbe allora procedere ad una integrazione tra il codice di tutela del paesaggio e la legge di governo del territorio?
«Dal momento che allo stato spetta la tutela del paesaggio, alle regioni il governo del territorio e ai comuni l’urbanistica, io penso che debba esserci una governance cui tutti si sottopongono. Vada pure avanti il codice e la legge di governo del territorio, ma vorrei che si tenesse conto l’una dell’altra. Non ci può essere un Italia della tutela e una dove non si tutela niente. E credo che debbano essere gli strumenti di pianificazione territoriale a contenere i piani paesistici e che questi non debbano quindi essere atti specifici. Obiettivi di tutela devono stare dentro lo strumento di governo del territorio, sia che si parli di infrastrutture, sia che si parli di edilizia, ecc. E’ necessario operare attraverso un sistema di piani pubblici ed è la qualità di questi piani che orienta i piani paesistici e che si rapporta con la tutela».

Quello che viene portato come elemento critico a questo ragionamento è il fatto che essendo le competenze paesistiche spesso delegate ai comuni, che hanno competenze urbanistiche, siano soggetti troppo sensibili agli oneri di urbanizzazione, per poter operare nel rispetto della tutela paesaggio e quindi ritenuti responsabili della colata di cemento sul territorio.
«Questa è demagogia. Il vero punto di discussione non è tra chi è per la tutela e chi no, ma qual è la via maestra affinché l’obiettivo si raggiunga. Io non credo sia quella di uno stato centralistico che opera attraverso i suoi sistemi di controllo, che in questo caso sarebbero le soprintendenze, poco attrezzate degli strumenti culturali per farlo. Credo che il problema sia invece quello di recuperare una grande tradizione culturale per cui il territorio si pianifica e lo si fa attuando i processi democratici, che non possono certo essere messi da parte. E credo che per la sfida della sostenibilità la via burocratica dall’alto verso il basso sia molto più povera culturalmente di una strada che parli invece di buona urbanistica. Anzi decisamente arretrata. Sono molto distante dall’urbanistica dei vincoli che Romano Viviani definiva “della paura”. La considero davvero un arretramento».

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