[23/11/2007] Urbanistica

Urbanistica, De Lucia: «Porre uno stop al consumo di territorio»

LIVORNO. Governare le trasformazioni del territorio attraverso una pianificazione possibile. Sembra emergere questo in estrema sintesi, da Urbanpromo 2007, l’evento annuale che si sta svolgendo in questi giorni a Venezia e che viene organizzato da Urbit e Inu, l’istituto nazionale di urbanistica.

L’evento cade quest’anno in un momento particolare: da una parte la riforma della legge urbanistica attesa da più di 50 anni, è in corso di discussione all’interno della commissione ambiente del Senato; dall’altra a livello politico il dibattito è piuttosto acceso, e gli indici vengono puntati una volta contro la politica una volta contro l’ordine professionale di turno, geometri o architetti che siano.

Sempre ieri a Venezia Giovanni Campos Venuti, presidente onorario dell’Inu, ha spiegato che «bisogna inaugurare l’era della perequazione e della pianificazione possibile» e riferendosi a un esempio negativo di regione, quella lombarda, ha aggiunto che lì «lo sviluppo urbanistico è condizionato dalla contrattazione con i privati e si è proceduto sulla base degli indici di edificabilità e in questi casi chi ha più potere contrattuale ottiene di più».

Ma la singolarità dell’intervento di Campos Venuti sta nel fatto che dopo aver ricordato che «l’aumento del costo del terreno, spesso per gli imprenditori più alto della stessa costruzione, porta a realizzare edifici di scarsa qualità», ha portato invece l’esempio positivo di urbanistica flessibile in due regioni: Emilia Romagna e Toscana. Proprio la Toscana che da mesi è sulla graticola delle accuse intrecciate e roventi tra istituzioni, politica, comitati e ordini professionali.

All’architetto Vezio De Lucia (Nella foto), profondo conoscitore della Toscana e del suo territorio, chiediamo un parere su quanto sta emergendo da Urbanpromo 2007 e su questa promozione arrivata per la nostra regione dal decano degli urbanisti italiani.
«Certamente assumere la flessibilità come valore di principio per me è sbagliato. Io resto assolutamente convinto che il problema cruciale e drammatico oggi sia quello di porre uno stop al consumo di territorio. I riferimenti all’abbattimento del valore delle aree mi sembra che siano funzionali unicamente all’espansione continua, e se non si cambia modello di ragionamento sono guai. Faccio notare che nel decennio di Blair la popolazione londinese è aumentato di un milione di abitanti. Ebbene, non si è consumato un solo metro quadro in più. Quindi prima di tutto bisogna misurarsi con il blocco del consumo di territorio e solo dopo aver definito questo punto si può far discendere tutto il resto».

E della Toscana invece che dice? Nelle scorse settimane c’è stato proprio un acceso botta e risposta tra Vittorio Emiliani e l’assessore regionale Riccardo Conti, che hanno fornito dati assai diversi per quanto riguarda il consumo di territorio.
«Io credo che la Regione abbia tutti gli strumenti per conoscere esattamente i propri numeri e per approfondirli ulteriormente, anche per la tradizione storica cartografica che ha, visto che ospita anche l’istituto geografico militare. Quindi nessuno meglio della Regione può fornire un proprio contributo all’analisi di questo aspetto. Per il resto, non sono uno a cui piace dare pagelle a una regione piuttosto che a un’altra».

Però gli altri le pagelle le danno: alcune settimane fa il “4” è toccato ai geometri anche se poi Rutelli ha fatto dietrofront, oggi il 4 arriva agli architetti, da uno che si professa ambientalista da sempre e che in ogni caso è in grado di smuovere l’opinione pubblica: Adriano Celentano in uno degli inediti che canterà domani sera, riferendosi al territorio italiano dice che «la più grande sciagura sono gli architetti…»
«La discussione in termini corporativi mi pare assolutamente sbagliata, sia che venga da un Rutelli sia che arrivi da Celentano. In ogni categoria c’è del buono e c’è del marcio, mi pare che sia una posizione che non approda assolutamente a nulla, una cosa stantia e priva di senso, della quale è inutile stare a discutere».

Da discutere invece c’è la riforma della legge urbanistica, che il Paese aspetta da mezzo secolo. Anche lei ha collaborato alla stesura della proposta che il Senato sta valutando, ed è stato personalmente ascoltato dalla stessa commissione. Crede che questa sarà la volta buona?
«In commissione il clima mi è sembrato molto positivo, naturalmente è tutto legato alla situazione generale della tenuta del governo, ma credo che le condizioni per approdare a qualcosa di buono ci siano tutte. Senza dimenticare che il risultato più positivo l’abbiamo già raggiunto, ovvero allontanare l’orrore del disegno di legge del forzista Lupi che stava per passare nella scorsa legislatura».

Ma quali dovrebbero essere secondo lei i nodi fondamentali delle nuova legge urbanistica?
«Innanzitutto, come detto, assumere l’obiettivo del blocco del consumo del suolo come fattore di principio della pianificazione. Il secondo punto è assumere la pianificazione come metodo di governo, e non solo retoricamente. Va pertanto abolita la possibilità di deroga immediata, cioè gli accordi di programma in deroga. In molte regioni italiane oggi la pianificazione è solo un paravento che viene scavalcato dalle possibilità di deroghe perché infiniti istituti consentono. Questo punto è molto a rischio, basta pensare che esiste un emendamento di Capezzone, che spero sia stato già eliminato o corretto, secondo cui qualunque generica prospettiva di occupazione consentirebbe di andare in deroga alla pianificazione urbanistica!

E poi tra le tante cose che mi vengono in mente, la riforma urbanistica deve riprendere le strategie e gli obiettivi che hanno qualificato l’esperienza italiana a livello internazionale. Per esempio il recupero dei centri storici. Anche in questo caso può sembrare una cosa ovvia, e invece c’è un disegno di legge regionale in discussione in Umbria che rimette in discussione l’integrità dei centri storici e ne consente la manomissione. Cosa che, per tornare ai discorsi di poco fa, in Toscana nessuno si sognerebbe mai di fare. Ecco, per concludere direi che la riforma urbanistica dovrebbe ridare rigore a tutti quei punti qualificanti dell’urbanistica italiana che parevano conquiste indiscutibili e che invece negli anni si sono sgretolati».

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