[22/11/2007] Comunicati

Brutto ambiente anche quello di lavoro!

FIRENZE. La Commissione speciale lavoro del consiglio regionale ha dato un nuovo allarme sulle condizioni di lavoro in Toscana: 45 morti in otto mesi del 2007. E’ la punta di un iceberg di infortuni e malattie professionali. Di queste sono poco noti i fattori di rischio: prodotti chimici e biologici, nuove patologie legate a problematiche multifattoriali: malattie cardiovascolari dovute a stress e fatica, sofferenze psichiche, ecc. La precarietà del lavoro fa sì che molte realtà non vengano denunciate. Il lavoro nero raggiunge una percentuale tra il 25 ed il 30% del Pil (Inail, 2006). I morti di lavoro in Toscana sono stati 91 nel 2002, 98 nel 2003. Numeri agghiaccianti a cui si aggiungono feriti e mutilati rispettivamente: 77.068 e 75.695. 101 i morti nel 2004 e 75.362 infortunati, nel 2005: 82 e 73.168. I 96 morti del 2006 sono in media nazionale (+10% rispetto al 2005) come la diminuzione degli eventi complessivi (-10%), mentre, più grave, rispetto alla media italiana, è l’incremento degli eventi di inabilità permanente (+22%). La Toscana ha indici di rischio più elevati (37 infortuni ogni mille addetti contro 33 su mille in Italia) in posizione intermedia tra il nord est (43 su mille) e il nord ovest (30 su mille) (Irpet, 2007).

Incrociando questi dati con quello che in Italia c’è un popolo di 3,5 milioni di precari, il 12% della forza lavoro, si capisce perché la prevenzione, che in Toscana è di buon livello, contrasta con difficoltà crescenti il fenomeno, e non può invertirne la rotta. Nuovi fattori incidono: lavori a termine sempre più brevi o a nero, lavoratori immigrati spesso clandestini, ecc.

Ma perché è così difficile agire su questo fenomeno? La ragione è che un ciclo storico si va compiendo (F.S. Jha, 2007). Il Welfare state, del quale la salute dei lavoratori era un punto cardine, è stato il risultato più alto raggiunto dal capitalismo nazionale corporato, in particolare dal modello tedesco di cui il DLgs 626/94 è figlio. Tale modello è arrivato in Italia alla fine del secolo scorso e dell’era d’oro del welfare, insieme all’inclusione dei sindacati nella governance.

Welfare e sindacati sono state le prime vittime del conflitto tra capitalismo nazionale e globale con il declino della contrattazione collettiva, della socialdemocrazia e dello stato sociale. Il calo dell’adesione ai sindacati e della loro rappresentanza o la percentuale molto bassa dei giovani tra i sindacalizzati, non bastano a spiegare il fenomeno. La causa prima dell’alta disoccupazione/sottoccupazione o del precariato cronico, come della crisi della contrattazione collettiva e degli effetti sulle condizioni di lavoro, è l’affermarsi del mercato globale e il conseguente intensificarsi della competitività che, coinvolgendo i paesi in via di sviluppo (a prezzi sociali –serbatoio di disoccupati o sottoccupati del nuovo mercato globale- e ambientali spaventosi) ha visto le imprese del nord capitalista, tagliare, non solo i costi, ma cercare più flessibilità a partire dal fattore lavoro, partners all’estero con una transnazionalizzazione crescente delle imprese, delocalizzare.

Ciò cambia radicalmente la struttura della forza lavoro e la rende più debole e impreparata alla tutela delle proprie condizioni. Rimosso il vincolo della contrattazione collettiva, le retribuzioni della forza lavoro sono scese rapidamente a livello di povertà; ciò ha costretto a lavorare più a lungo e in condizioni più gravose. E’ il ritorno allo sfruttamento del lavoro. A livello locale è molto difficile affrontare questi problemi, occorrerebbe, prima di tutto, una inversione di tendenza nei valori della società civile che mettesse il lavoro e le persone al centro (competenza, versatilità, soggettività, libertà); come dire che affrontare la questione delle condizioni di lavoro non dipende da risposte tecnologiche o istituzionali o finanziarie, educative e culturali o strutturali relative ai sistemi di impresa e al sistema economico, ecc., ma da tutte queste insieme: occorrerebbe agire sul territorio con diverse misure coordinate e integrate con azioni coerenti, frutto di scelte condivise dall’intera società regionale, partecipando, senza provincialismi alla discussione europea.

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