[20/03/2006] Urbanistica

Firenze al bivio fra mille incognite

FIRENZE. Dove va Firenze? E’ domanda a cui è difficile rispondere, anche per il futuro più prossimo. Con questo servizio da Firenze (e dintorni) inizieremo a seguire, per quanto possibile, questioni assai complicate. Allo stato attuale ci sono molti aspetti delle politiche urbanistiche, territoriali, ambientali, economiche, sociali, per la città, il cui tratto saliente è la mancanza di interazione/integrazione con le altre azioni del governo comunale. Un governo metropolitano è di là da venire, Piano strutturale e Piano strategico hanno seguito percorsi totalmente divergenti. Mentre infatti il Piano strategico è passato, in un colpo solo, dalla concertazione tra tutti gli attori sociali e ambientalisti ad una «corporazione di arti e mestieri» tra categorie economiche e organizzazioni sindacali (insistente su un unico progetto di e-government, che non si sa come si coordinerà con il Piano strutturale o con l’Agenda XXI che l’assessorato all’ambiente tenta di rianimare), nel frattempo sono tornati di moda l’espansione edilizia e il consumo di suolo. Dal «ritorno» dell’insediamento a Castello (sia pure senza polo espositivo), al «polo» universitario di Novoli, al recupero attivo dell’ex manifattura Tabacchi, al sottoattraversamento Tav, alla terza corsia autostradale, per non parlare del grande ritorno del «tubone» o circonvallazione nord-est, che tutti smentiscono ma che sta scritto a bella posta nientemeno che nelle «invarianti programmatiche» del Piano strutturale.

Eppure era stata condivisibile la scelta strategica del Piano strutturale di mettere al centro della trasformazione/evoluzione (necessaria) della città lo «sviluppo senza espansione». Cioè senza occupare nuovo suolo, ma utilizzando, per nuove funzioni ed infrastrutture e nuovi edifici, le aree dismesse, e tutelando nel contempo le aree agricole che insieme al verde sono un bene da difendere e qualificare. Ma alle declamazioni di principio non seguono i fatti. Mentre la città continua ad espandersi a nord-ovest occupando nuovo territorio (e prefigurando non un’area metropolitana ma un mostruoso unicum tra Firenze e Pistoia), lo stesso Piano strutturale prevede un incremento del costruito abitativo su nuove aree (senza considerare la frazione commerciale  e produttiva), del 37% (dati Irpet 2004), con il restante 63% dedicato al riuso delle aree dimesse, che si limita in realtà a edificare nuova architettura mortificando quelle residue potenzialità relazionali e culturali della città. Così è anche per le previsioni delle trasformazioni infrastrutturali: alcune opere riusano suoli già urbanizzati (la tramvia), ma non altre (Tav, terza corsia autostradale, ecc.). Se l’obiettivo delle infrastrutture per la mobilità mette al centro il sistema integrato di trasporto pubblico ferro-gomma (tramvia, ferrovia, bus), esso comunque non rimodella il sistema dell’accesso in senso sostenibile, capace di «ridurre il traffico privato e i livelli di inquinamento», come dice il Piano.

Ma proprio sul versante delle questioni ambientali e delle valutazioni degli effetti del Piano sul territorio, si evidenzia una delle principali lacune: mancano le finalità degli interventi previsti e la causalità delle scelte rispetto ad altre alternative; la descrizione delle azioni previste e dei loro prevedibili impatti sull’ambiente; l’indicazione delle misure idonee ad evitare, ridurre o compensare gli effetti negativi sull’ambiente, individuando la disponibilità delle risorse economiche da impiegare; l’accertamento del rispetto delle norme igienico sanitarie. Non è un caso se di recente (l’Unità 14-2-06) l’assessore all’urbanistica Biagi ha sentito il bisogno (meglio tardi che mai) di ipotizzare un «ridisegno» del Piano alla luce della Direttiva 2001/42/CE sulla Valutazione ambientale strategica e della Legge regionale 1/2005 sul governo del territorio (di cui la Regione avrebbe già dovuto produrre un regolamento di attuazione). Ma, soprattutto, c’è l’idea di riorganizzare le funzioni di area non per reti integrate sul territorio, ma per poli/centri e «grandi lavori» che non sono flessibili, non aiutano a riqualificare il lavoro, sono “pesanti” in quanto a immobilizzo di ambiente, di capitali, e per di più attrattori di nuovo traffico veicolare privato… E’ difficile che l’organizzazione delle funzioni per poli fisici (assecondando, come sostiene Biagi, «un processo che tende a ridefinire l’organizzazione fisica» anche se a partire da un ruolo centrale delle funzioni pubbliche), sia in grado di aumentare il tasso di conoscenza, di cultura, di informazione, di partecipazione, di accessibilità ai luoghi delle funzioni che poi sono anche fisici senza aver seguito, come necessario, l’evoluzione culturale, del lavoro, produttiva, scientifica, sociale, economica, finanziaria e di mercato.

Non emerge, in ultima analisi, un’idea forte di città che sia realmente in grado di dialogare con l’Europa, che vada davvero oltre la dimensione della città-impresa, che implementi reti e non centri: reti di lavoro qualificato a conoscenza crescente, di imprese, di luoghi di cultura e una strategia d’integrazione fra i luoghi della cultura, della ricerca, della tecnologia e i nodi della comunicazione, della circolazione dei capitali, delle merci e del lavoro (turismo compreso).

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