[21/11/2007] Aria

A Bali porteremo le sirene del Wec o quelle dell´Ipcc?

ROMA. Quindicimila morti, l’intero Bangladesh distrutto da un ciclone, uno di quegli eventi estremi che l’Ipcc (il panel intergovernativo dell’Onu sul cambio di clima), nel suo ultimo rapporto, dice diventeranno sempre più frequenti. Domenica a Siviglia è stato approvato all’unanimità il documento di sintesi di questo quarto rapporto, che il presidente dell’Ipcc, Rajendra Pachauri, ha così sintetizzato: il momento dei dubbi è finito, ora è arrivato il tempo dell’azione.

Le terribili immagini che giungono dal Bangladesh dicono quanto sia urgente passare dalle parole ai fatti, anche perché confermano una scomoda verità e cioè che le politiche dell’adattamento al clima che cambia sono possibili solo nei paesi ricchi mentre quelli poveri, cioè i meno responsabili, vengono abbandonati a se stessi.

Un dato e un’affermazione colpiscono, in modo particolare, nelle 23 pagine del documento dell’Ipcc: l’aumento del 70%, tra il 1970 e il 2004, delle emissioni di gas climalteranti, che dice con chiarezza che il protocollo di Kyoto è fallito e dopo questo dato la considerazione che se non verranno, da oggi al 2020, introdotti correttivi capaci di fermare la continua crescita delle concentrazioni di CO2 in atmosfera, non sarà più possibile prevedere cosa potrà realmente accadere.

In altre parole se nei prossimi dodici anni non verranno decise politiche efficaci contro l’effetto serra, sarà compromessa la possibilità di governare le conseguenze del riscaldamento globale.
Non è certamente la comunità scientifica che deve trarre le conclusioni politiche e soprattutto prendere decisioni, ma non può non colpire la grande sproporzione che c’è fra l’enormità delle tragedie annunciate nel rapporto dell’Ipcc (potrebbero scomparire fino all’80% delle specie viventi) e poi il limitarsi a raccomandare, ai decisori politici, di tradurre in scelte queste catastrofiche previsioni.

Cosa sia necessario fare è noto da tempo, e forse il documento approvato a Siviglia poteva indicarlo a quei governi che, sul clima, si riuniranno a Bali in dicembre: uscire dal petrolio e dalle fonti energetiche non rinnovabili (uranio compreso) e dal modello di crescita e falso benessere che esse alimentano, per dare vita a uno sviluppo e a un benessere durevoli, sfruttando le fonti rinnovabili e organizzando usi efficienti e razionali dell’energia. Paradossale è invece lo stridore fra quanto si afferma nel documento dell’Ipcc e quanto invece si è detto al Wec, cioè alla riunione triennale delle multinazionali dell’energia, che contemporaneamente si riuniva a Roma.

Suscita perplessità la legittimante presenza al Wec di Barroso e Prodi, ma anche che il presidente della repubblica abbia voluto ricevere una loro delegazione. A questo punto sarebbe interessante sapere con quale posizione il governo italiano andrà a Bali: con quella che gli raccomanda il documento dell’Ipcc o seguirà i consigli che sono stati dati al Wec? Sarebbe grave e dannoso per il paese seguire ancora una volta l’irresponsabilità dei poteri forti.

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