[19/11/2007] Parchi

I cinghiali, l’etica e i fucili

LIVORNO. L’incidente stradale occorso ad un giornalista che ha investito un cinghiale ha riportato all’attenzione il problema dell’invasività di questi grossi suini selvatici, ormai diventati un elemento abituale della fauna italiana e così confidenti da scorrazzare tra campi e giardini, creando danni ingenti all’agricoltura, tensioni tra agricoltori e cacciatori, problemi di gestione delle aree protette (il caso più eclatante è l’isola d’Elba) dove sono diventati un problema per la stessa sopravvivenza di specie animali e vegetali che i parchi dovrebbero proteggere, a quanto pare non solo dall’uomo.
Il tema è delicato e controverso, visto che gli animalisti si oppongono a qualsiasi trappolamento e abbattimento “selettivo” perché i cinghiali non hanno “colpe” se qualcuno li ha introdotti in territori dove non erano presenti o dai quali erano scomparsi.

La polemica è forte soprattutto con associazioni come Legambiente che, nel nome della tutela della biodiversità complessiva, chiedono una forte riduzione delle popolazioni dei cinghiali in alcune aree e addirittura la completa eradicazione, con mezzi anche drastici, dall’Elba. Il cinghiale ha certo approfittato della rinaturalizzazione di gran parte del territorio collinare e montano italiano, dell’abbandono dell’agricoltura, per estendere un areale che in Italia nel dopoguerra era molto ridotto e che ora si estende a tutta la penisola, comprese le Alpi dove resisteva qualche popolazione isolata o la Pianura Padana e l’Elba nelle quali i suini selvatici erano completamente estinti.

Il successo della nuova colonizzazione dei cinghiali è dovuto all’introduzione a scopo venatorio di animali di origine centro-europea che hanno sostituito presto i cinghiali maremmani e “locali” di taglia più piccola e meno prolifica con grandi suidi che hanno trovato in Italia una specie di eterna primavera che consente loro spesso due parti all’anno, una prolificità spesso aumentata da incroci con maiali domestici (come attestano spesso le analisi genetiche) e dalla mancanza o dalla rarefazione dei loro predatori naturali.

Così a risolvere il problema cinghiali sono chiamati spesso coloro che lo hanno creato, i cacciatori.
Purtroppo i fatti dimostrano che la soluzione non è all’altezza della gravità del fenomeno. Le popolazioni di cinghiali sono in gran parte sfuggite al controllo e la gestione venatoria si sta rivelando insufficiente, se non fallimentare. E’ evidente che non si può chiedere ai cacciatori, che hanno creato il problema (con l’accordo delle province) con immissioni spesso scriteriate, di rinunciare ad avere una popolazione di animali da abbattere numerosa, disponibile e “facile”. Anche perché la stessa caccia al cinghiale sembra cambiata, vuoi per l’aumento dell’età media dei cacciatori, vuoi per la disponibilità di mezzi di trasporto che permettono di raggiungere facilmente aree relativamente vicine. Una “modernizzazione” che non si dimostra efficiente.

Si grida all’emergenza, ma poi si attuano sistemi normali per risolverlo, si segue il calendario venatorio alla lettera, si risarciscono danni sempre più costosi, si costringono i parchi a costosissimi interventi che sottraggono risorse per la gestione e la valorizzazione reale della biodiversità.
Ma se l’emergenza esiste davvero (ed esiste!) allora bisogna dare risposte eccezionali, affrontarla e risolverla radicalmente con un reale controllo numerico delle popolazioni più invasive e che creano maggiori danni ambientali, allora la gestione venatoria non è sufficiente perché lascia il problema volutamente intatto.

Insomma il medico non può essere chi ha sparso la malattia. Se, come si dice, i cinghiali sono stati reintrodotti a scopo ludico-sportivo, non si può pensare che chi si diverte abbia intenzione di rompere il giocattolo vivente. Gli interventi spetterebbero alle istituzioni, ma queste si trovano comodamente pressate da due opposti gruppi di pressione: da una parte gli animalisti puri che, con nobilissime motivazioni etiche, non ne vogliono sentire parlare di abbattimenti, dall’altra la ancor più politicamente potente lobby dei cacciatori che hanno tutto l’interesse a continuare a uccidere con facilità una sempre più abbondante popolazione di cinghiali.

Un equilibrismo che sembrerebbe impossibile ma che è anche il più facile, quello delle non scelte, dello status quo che non scontenta nessuno, se non i contadini momentaneamente arrabbiati, gli automobilisti momentaneamente incidentati e la biodiversità fatta di una miriade di piccoli animali e piante messi in pericolo dall’esplosione di una specie introdotta ed invasiva, esseri viventi anche loro, che però sono poco appariscenti e senza voce e non stuzzicano né l’etica né i fucili.

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