[16/11/2007] Urbanistica

La torre Intesa-Sanpaolo a Torino e la polemica tra nuovo e vecchio

LIVORNO. Ha ragione Renzo Piano a criticare la paura di futuro dell’Italia. Ha ragione Renzo Piano a criticare i giovani prigionieri del passato. Ha ragione Renzo Piano a criticare una società che ha assunto i tempi televisivi come modello comportamentale, consuma e dimentica giorno dopo giorno, ha paura del futuro, tutto. Ha ragione Renzo Piano, bisogna discutere senza pensare che il fine sia vincere sull’altro. Ha ragione Renzo Piano a criticare gli schieramenti politici che vivono solo per demolire, giocando al massacro. Ha ragione Renzo Piano a criticare il silenzio sulle straordinarie speculazioni nelle periferie urbane da Milano a Firenze e oltre, in tutte le città italiane.

Ma ha torto Renzo Piano. Seppure con la giustificazione dello spazio breve di una intervista su La Repubblica, perchè tace della responsabilità collettiva, ma anche di chi come lui, che un potere lo ha, di impedire, da destra a sinistra, l’unica pratica che potrebbe consegnare agli architetti come Piano l’opportunità di ricostruire delle belle città: la pianificazione. O meglio, quel complesso di norme e di procedure che garantiscono l’assoluta tutela e preminenza dell’interesse pubblico nel governo del territorio. Infatti se una città bella, forse, la si è concretizzata in virtù del principe padrone e demiurgo della stessa città nel glorioso passato italiano dal medioevo all’illuminismo, alla rivoluzione industriale, oggi, se non si ricolloca la potestà di pianificare liberamente nelle mani dell’ente pubblico, garantendo inderogabilmente un principio fondante: tutte le aree di nuova urbanizzazione o di ristrutturazione si espropriano, l’ente pubblico fa il progetto urbanistico, poi si vendono tramite gara i lotti sulla base dei progetti più belli, non ci sarà altra soluzione che la crescita “disperata” di tante periferie.

Non è una rivoluzione bolscevica è quanto accaduto e accade in paesi civili come la Gran Bretagna, poteva accadere in Italia se non veniva affossato l’articolo 18 della legge 1150 del 1942 in Italia, se non c’era il tintinnio di sciabole del generale De Lorenzo anche contro la riforma urbanistica Sullo del 1962, e tante altre cose e storie urbane.

Il problema è dunque politico ed urbanistico. Il problema è che gli urbanisti, quelli veri, seri, tanto per citarne alcuni: Salzano, De Lucia, Scano, e prima ancora Detti, Astengo, sono rimasti soli e pochi, sono indiani in riserva. Eppure, quando si deve difendere una cultura di governo anche a sinistra si ricordano i piani di Detti, l’esperienza di De Lucia nel primo governo napoletano di Bassolino, il piano paesistico dell’Emilia Romagna coordinato da Salzano e, in Toscana, mi scuso per quella che può essere una autocitazione, il piano strutturale di Pisa del 1998 che ha consentito, seppure con qualche successiva deriva di troppo, di garantire a quella città un equilibrio, buone esperienze di progettazioni architettoniche pubbliche e private, non ultima il concorso per la progettazione dell’area S.Chiara – Piazza dei Miracoli.

Non so se ha ragione Renzo Piano o chi lo contesta nel caso della torre Intesa-Sanpaolo a Torino, però sono convinto che bisogna riannodare dei fili a partire dalla ricostruzione di una cultura urbana trascolorita nella prassi quotidiana di ciascuno nel vivere in contiguità urbana, senza incontrarsi, scambiarsi ed anche scontrarsi. Edoardo Salzano ha pubblicato di recente un libro, verrà presentato venerdì 22 alla libreria “Gaia Scienza” di Livorno, dal titolo emblematico “Ma dove vivi?”.

E’ l’esatta fotografia della condizione attuale, non sappiamo più dove viviamo, non ci sentiamo più parte di un corpo sociale, non siamo più città, non conosciamo più motivazioni, ragioni, regole, procedimenti del governo del territorio. “Ma dove vivi” dunque come una provocazione per stimolare una riappropriazione. Non si può non essere d’accordo, mi arrovella però la lettura della quotidianità, il dubbio circa la capacità del sistema politico italiano di raccogliere questa sfida aprendosi al contributo, all’apporto delle culture e dei saperi, che pure ci sono, ma sono stati accantonati in favore di quella dimensione televisiva che qualcuno ha sapientemente tradotto in realtà, ma che tanti altri ancora, a destra e a sinistra, hanno raccolto strumentalmente, forse solo per ansia di potere. Per questo ha torto Renzo Piano perché, se resta un bravissimo architetto capace di farsi carico di inventare forme per il futuro, ciò non basta.

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