[13/11/2007] Energia

Energia, il dibattito che non c´è

ROMA. Mentre è in corso a Roma il World Energy Congress (WEC) e esperti di tutto il mondo discutono di un cambiamento del paradigma energetico globale, il dibattito in Italia rischia – come ahimé troppo spesso avviene – di scadere in una disputa ideologica e provinciale, del tipo: nucleare sì/nucleare no.
Non ce lo possiamo permettere. E non solo per ragioni culturali. Se non partecipiamo da protagonisti lucidi al cambiamento del paradigma energetico globale, continueremo ad avvitarci in una spirale di declino economico, sociale e anche ecologico di cui è difficile vedere la fine.

Qual è, dunque, il problema energetico globale? Ha almeno tre aspetti.
Primo: la domanda mondiale di energia cresce velocemente, accelerata dall’irruzione sulla scienza delle cosiddette economie emergenti: Cina, India, Brasile e una costellazione di altri paesi concentrati soprattutto, ma non solo, nell’Asia orientale.

Secondo: stiamo raggiungendo – qualcuno sostiene abbiamo già raggiunto – il picco del petrolio. La massima capacità di estrarre dal sottosuolo il cosiddetto «oro nero». Cosicché il petrolio, che costituisce una parte rilevante – in alcuni settori determinante – dell’offerta energetica, non riesce più a soddisfare la domanda crescente. Questa tensione trova espressione concreta nel fatto che in pochi anni il costo del petrolio, a parità di potere d’acquisto della moneta, è triplicato.

Terzo: l’uso dei combustibili fossili risulta la causa principale dell’accelerazione dei cambiamenti climatici indotta dall’uomo. Se vogliamo evitare un aumento insopportabile della temperatura media del pianeta dobbiamo abbattere nei prossimi decenni del 60-80% le emissioni di gas serra e quindi trovare fonti energetiche alternative ai combustibili fossili.

Come fare a risolvere questi tre problemi? Abbiamo solo due risposte possibili.

Primo. Dobbiamo disaccoppiare in maniera più radicale lo sviluppo economico dalla domanda di energia. Il benessere dei popoli deve crescere in maniera meno dipendente dall’uso di energia. Ciò si può realizzare sia qualificando meglio il concetto di sviluppo – che non equivale affatto alla mera crescita del Pil – sia aumentando l’efficienza energetica dell’economia.

Secondo. Dobbiamo progressivamente sostituire i combustibili fossili. Non abbiamo una soluzione unica. Il problema può essere risolto solo con un mix di azioni: la principale delle quali è – ancora una volta – l’efficienza energetica con il conseguente risparmio. Ma c’è anche la necessità di trovare nuove fonti di energia. Nessuna delle quali, in questo momento, è in grado di soddisfare alle esigenze di economicità, versatilità e sostenibilità ambientale.

In entrambi i casi c’è, dunque, bisogno di maggiore conoscenza e di nuove tecnologie. Occorre, in altri termini, investire in ricerca in maniera più aperta e intensa di quanto non si sia fatto nel recente passato. E modellare la specializzazione produttiva del paese sulla base del nuovo scenario energetico ed economico globale.

È in questo quadro che l’Italia dovrebbe iniziare a progettare e a costruire il suo futuro energetico. A definire tempi e modi del suo phase out dai combustibili fossili e del suo ingresso nell’era delle fonti alternative e sostenibili di energia. A varare un grande progetto di ricerca scientifica e di sviluppo tecnologico che coinvolga le sue istituzioni scientifiche e le sue forze produttive che le consentano di cogliere l’opportunità del cambio di paradigma energetico per fermare il suo ormai quasi ventennale declino, di alleviare le sue condizioni di dipendenza energetica e di iniziare una fase di rilancio fondata sulla sostenibilità energetica e ambientale.

C’è bisogno di un dibattito, serio e democratico, che non c’è. Non c’è affatto bisogno di dispute da cortile, superficiali e ideologiche, che invece fioriscono in abbondanza.

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