[17/03/2006] Consumo

Confartigianato: regole e buone prassi per evitare il collasso

LIVORNO. Confartigianato Imprese Toscana, la federazione regionale delle 10 associazioni provinciali aderenti alla Confartigianato, è un´associazione che rappresenta 30mila imprese toscane con oltre 100mila addetti. Insieme al presidente di Confartigianato Toscana, Fabio Banti (nella foto) proseguiamo il viaggio e il dibattito sull´economia e sulla sostenibilità dello sviluppo della nostra regione.

Tutte le analisi convergono del delineare la Toscana come regione in stagnazione-recessione economica. Il gruppo di studio «Toscana 2020» prevede un futuro di slow groth (crescita lenta). In questa situazione alcuni parametri, come l’occupazione, sembrano, almeno al momento, andare in controtendenza (Istat). Lo stato dell’ambiente invece, sembra non svincolarsi dalla tenaglia fra salvaguardia e degrado e di non saper imboccare la strada dell’ecoefficienza. Quantità e qualità dello sviluppo, anche in Toscana, sono in continuo cortocircuito (infrastrutture, rifiuti, industria, turismo). Qual è la chiave secondo lei, se ce n’è una, per sintonizzare quantità e qualità, sostenibilità ambientale, sociale ed economica?
«Non esiste un’unica ricetta per uscire dalla fase di vero e proprio declino che caratterizza  l’evoluzione  dell’economia toscana negli ultimi 4-5 anni.
L’artigianato toscano è colpito più di altri comparti dalla crisi strutturale e registra una grave perdita produttiva ed occupazionale.
Due sono comunque le direttrici da percorrere: la prima interna al sistema delle imprese, l’altra  sul piano delle condizioni di contorno.
Le piccolissime imprese, che rappresentano oltre il 98% del tessuto economico regionale, devono rispondere alle sfide della globalizzazione personalizzando i prodotti ed i servizi, aggiungendo valore e qualità alle loro prestazioni, enfatizzando le caratteristiche che fanno della Toscana una terra in cui è piacevole vivere e lavorare.
Per questo occorre intervenire sugli strumenti della conoscenza e sulla dotazione delle infrastrutture materiali e immateriali».

Un grande pensatore del secolo scorso ebbe modo di rilevare che la quantità senza la qualità è possibile, l’opposto non è possibile. Ma è possibile pensare e pianificare una crescita quantitativa dell’economia illimitata, sia pure di qualità?
«Siamo da sempre sostenitori di un modello produttivo leggero, a misura d’uomo, dove i valori culturali, artistici, economici e sociali dell’impresa familiare legata al territorio ed alle sue specificità creino le condizioni ideali per far esprimere le attitudini delle persone, facilitino la trasmissione dei saperi teorici e pratici tra le generazioni, creino reti di comunità consapevoli dei limiti delle risorse ambientali, sociali ed economiche e quindi responsabili del loro governo attuale e futuro. L’artigianato è quindi mentalmente predisposto ad affrontare questa sfida».

Le discussioni sulla crescita economica sono sempre e comunque basate sulla misurazione attraverso lo strumento del Pil. Quasi tutti sono consapevoli della incapacità di questo strumento di misurare il livello di benessere e di qualità della vita complessiva (si sommano i mali con i beni). Tuttavia un analogo strumento per misurare la sostenibilità delle attività economiche e dell’uomo sulla natura non è ancora stato attivato (o non è utilizzato). Bilanci ambientali, Contabilità ambientale, Vas, Agende 21, non si incrociano, né si integrano minimamente con le scelte economiche. Il dibattito è strabico, come la lotta politica: sull’economia si discute in termini di indicatori e di numeri, sull’ambiente si discute in termini politico-filosofici e di punti di vista astratti da misurazioni. Come si fa a discutere di quantità della crescita se non sappiamo quanta aria, quanta acqua, quanto territorio, quante risorse abbiamo a disposizione? Come si fa uscire dalle secche dell’ideologia il concetto di sostenibilità se non si sa qual è il limite oltre il quale c’è l’insostenibilità? Non sarebbe il caso che la discussione sul prossimo Piano regionale di sviluppo si facesse partire da come si recupera questo deficit di conoscenza? Cioè, dallo stabilire quali sono i limiti entro i quali deve svilupparsi la crescita economica e, quindi, dove si ritiene prioritario sviluppare scelte di qualità per non superare questi limiti? Non sarebbe il caso di affiancare (anzi, di far precedere) ad uno strumento come il Prs un analogo strumento (Prca, Piano regionale di contabilità ambientale) che metta finalmente anche «la natura nel conto»?
«Esiste in prospettiva non futuribile il rischio di un generale collasso economico ed ambientale del sistema Toscana e del sistema Italia qualora non si stabiliscano regole e buone prassi di governance delle  risorse non facilmente riproducibili, quali l’energia, l’acqua, lo stesso suolo. La domanda di interventi mirati che emerge sempre più prepotente da parte delle nostre comunità ci obbliga a dare risposte pertinenti, di qualità, utilizzando precisi criteri di programmazione per uno sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista, economico, sociale ed  ambientale. L’artigianato è già un campo privilegiato di buone prassi nel campo dell’ambiente e della sicurezza e si sta sempre più cimentando con i nuovi strumenti di certificazione e di valutazione d’impatto. Chiede solo che essi tengano conto delle specificità del comparto e della sostenibilità economica e finanziaria di certi interventi e adempimenti che pure sarebbero auspicabili. Per non rischiare di buttare via, assieme all’acqua sporca (è il caso di dirlo), anche il bambino».

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