[12/11/2007] Trasporti

Il mobility manager a Firenze si racconta: «Si potrebbe fare di più»

LIVORNO. «Si può fare molto di più. Ma per ottenere risultati migliori ci vorrebbe un ufficio dedicato». Sono le conclusioni dell’architetto Carla Guerrini, dell’ufficio “Servizio progetti per la mobilità” e mobility manager del Comune di Firenze. Con la quale continuiamo la nostra inchiesta/approfondimento proprio sulla figura del mobility manager di cui abbiamo cominciato ad occuparci la scorsa settimana.

Architetto Guerrini, cominciamo dall’inizio.
«Sono entrata nell’ufficio “Servizio progetti per la mobilità” nel 2001 e dopo qualche mese mi è arrivata la nomina di mobility manager. Anche se avevo già occupato questo ruolo a Prato, si trattava comunque dei primi anni in cui ci si confrontava con una politica di sostenibilità ed era quindi una fase sperimentale. Il punto in quel momento era sostanzialmente questo: ipotizzare nuovi servizi o lavorare insieme ai colleghi della mobilità e agire quindi a monte? Oppure ancora creare esempi di mobilità sostenibile casa-lavoro e trovare incentivi quindi sulla mobilità dei singoli individui? Noi ci siamo mossi su tutti e tre i livelli: sostenendo ogni progetto che prevedesse traffic calming (moderazione del traffico, ndr), rotonde, piste ciclabili, busvie e servizio pubblico in generale».

Può farci qualche esempio concreto?
«Come mobility managment abbiamo dato vita ad un paio di esperienze importanti. La più significativa era legata a contributi economici da utilizzare per incentivare il trasporto pubblico. Fondi del ministero dell’ambiente che erano praticamente i primi erogati dopo il decreto del ’98 che istituì la figura del mobility manager. In tutto 100milioni, era il 2000, che servivano come contributo per l’acquisito di abbonamenti semestrali o annuali ad ogni forma di servizio pubblico. Chi aderiva all’iniziativa partecipava anche al concorso che vedeva come premio finale una bicicletta. Fu un successone tanto che fummo poi sommersi di proteste da parte di coloro che non erano rientrati nell’iniziativa e che dicevano: ma come vi hanno dato solo 100 milioni? Capimmo così che agire sui costi di trasporto lasciando all’utente la possibilità di scegliere il mezzo a cui abbonarsi, con anche un gadget finale come quello della bicicletta, era indovinato. Era la strada giusta. Ma i finanziamenti non sono più stati dati né dal ministero, né dal Comune...».

Questa mi pare la criticità più evidente.
«Il sistema deve essere ampiamente finanziato. Basti pensare solo al marketing delle auto che ci perseguita e a che cosa accadrebbe se invece fosse azzerato. Però abbiamo capito che quello che serve davvero, al di là delle opere infrastrutturali eventualmente da costruire o cose del genere, è la comunicazione: la gente deve sapere quanto effettivamente gli costa andare a lavoro in modo diverso da quello dell’uso dell’auto privata e assieme a questo dar loro un incentivo concreto: come appunto era stato il caso della bicicletta. Serve un’operazione di marketing continuo perché sulla mobilità se ne fa ancora poca. Faccio un esempio».

Dica.
«Nel 2001 non si faceva alcuna campagna di informazione sulla mobilità sostenibile. C’erano solo due rotonde e non c’era alcuna pista ciclabile o moderatori di traffico. Saprete dei grandi risultati ottenuti sull’uso della bicicletta a Firenze. Non sembrano passati 6 anni ma un secolo. La gente è stata molto ricettiva. La strada quindi secondo me è questa: ok realizzare l’infrastruttura, ma l’investimento in questo caso compete agli enti e ai tecnici e alle pubbliche amministrazioni. Poi però via ad una campagna di informazione che renda noti i benefici, perché se le persone non sanno le cose perché non vengono informate è come se non ci fossero».

Quali iniziative state mettendo in campo?
«Credo che dobbiamo lavorare per una campagna di informazione seria. Per questo abbiamo riattivato un tavolo al quale parteciperanno quasi tutti i mobility manager di Firenze che sono 27. Ci confronteremo sulle idee e sui dati che loro hanno per capire dove e come intervenire. Nell’incontro analizzeremo il come ci si sposta dentro la città con la ferrovia, con la bici, con il car sharing e via dicendo. Vedremo le tariffe e le novità sui servizi offerti. Quello che posso dire è che si sta formando una coscienza collettiva veramente interessante sull’uso del tempo e che possiamo raggiungere obiettivi importanti se riusciamo a far ragionare la gente sul tempo appunto che passano in auto piuttosto che quello che potrebbe guadagnare con un altro mezzo, oppure sulla qualità di un trasporto diverso quale il treno dove puoi anche leggerti il giornale. Sulla base delle idee che dal confronto con i mobility manager verranno fuori, vedremo come possiamo intervenire come Comune. Se ad esempio un’azienda ci segnala attraverso il suo mobility manager che i suoi lavoratori vorrebbero un autobus che fa un determinato percorso e grazie al quale potrebbero non utilizzare l’auto, noi a qual punto cerchiamo di intervenire per dare una risposta a questa richiesta».

Non si può non chiederle quale contributo si attende dalla tramvia.
«Noi ci attendiamo un beneficio concreto. Il punto per noi non è tramvia sì o tramvia no, ma tramvia come. Una cosa è il tracciato e una cosa è il servizio. Se questi rami di ferro vengono fatti funzionare bene è un respiro di sollievo per tutta la città. Perché noi siamo in una fase intermedia in cui non si capisce bene dove si sta andando: ma non dobbiamo dimenticarci che nella storia le città si sono sempre sviluppate lungo le vie di comunicazione. La gente va a cercare di abitare dove esiste un trasporto efficiente. Se dunque la tramvia funzionerà, per esempio la rendita fondiaria non potrà non aumentare. E’ sempre stato così. Il problema poi è un altro: la mobilità, nel senso dei numeri di spostamenti del singolo, va comunque crescendo al ritmo del 2% annuo da dieci anni a questa parte. Questo rischia di rendere inutili i nostri sforzi perché i mobility manager lavorano sui picchi di mobilità, mentre invece sono operazioni come la tramvia che contengono decine di migliaia di spostamenti che potrebbero far tornare abbastanza indietro quel dato di crescita».

Dunque qual è il suo bilancio sull’esperienza del mobility manager?
«Si può fare molto di più. Ma ci vorrebbe un ufficio dedicato. Avere una visione d’insieme è utile, ma per fare il mobility manager c’è bisogni di tanto tempo a disposizione, perché dentro ogni azienda c’è tutta la mobilità».

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