[16/03/2006] Aria

Progetti autonomi, ricerca applicata e nuove filiere per una industria sostenibile

PIOMBINO (Livorno). Il nostro è un ambientalismo che non si limita alla denuncia e si sforza di fare proposte, ma la fase che attraversa la città reclama comunque, da tutti, uno sforzo propositivo e non meramente attendista. Se si vuole influire sul rapporto fabbrica-città mutandone radicalmente la qualità, allora occorre passare dalle richieste allo sforzo progettuale. Dopo la pubblicazione del programma dell’Unione, dovrebbe essere chiaro a tutti che «accompagnare le dinamiche autonome dell’economia», senza uno sforzo per orientarle, non incide affatto sulla «modernità ecologica» dei processi e delle produzioni.

Noi siamo per una discussione che non riguarda «se» mantenere e sviluppare la fabbrica (interrogativo che pure attraversa in modo trasversale la società piombinese), ma «come» rendere sostenibile ambientalmente e socialmente una fabbrica che oggi non lo è.
Non ci convince (ed è destinata ad essere sconfitta) una difesa statica dell’esistente. E, parimenti, sosteniamo da tempo che c’è uno stretto legame fra la qualità della produzione, dell’ambiente, della sicurezza del lavoro e le prospettive future di un’azienda. L’innalzamento della qualità dei processi e dei prodotti passa per l’innovazione e dunque per la ricerca applicata.
Torniamo a proporre come urgente e ineludibile dunque la creazione di un centro di ricerca con l’indispensabile coinvolgimento dell’Università così come si sta facendo in alcuni distretti e aree produttive della Toscana. Purtroppo di questo obiettivo non vi è traccia nei vari accordi e nel protocollo d’intesa dello scorso anno. Nello stesso, ultimo, studio di «Città Futura» si cita un non meglio specificato «Polo tecnologico» al di fuori da qualsiasi rapporto con l’Università e i privati. Questo è il modo per far rimanere nel limbo delle intenzioni e degli auspici la parola «modernità ecologica».

Secondo noi è necessario puntare alla valorizzazione dei prodotti tipici come la rotaia, ristrutturando e potenziando l’impianto esistente, ma soprattutto offrendo servizi al cliente, vera chiave di volta di una riconquista del mercato europeo. Occorrerebbe anche investire su produzioni innovative a maggior valore aggiunto, riducendo le produzioni grezze come bramme e billette. Qualcosa, a livello di dichiarazioni, si è mosso in questa direzione. Ma se il prossimo Piano industriale non avrà al centro questo incipit, tutto rimarrà nelle schermaglie mediatiche.

Cokeria. La lunga storia di quest’impianto dimostra che la Lucchini è incapace di far rientrare quest’impianto nelle normative vigenti e nei parametri stabiliti negli accordi. Ma la novità ineludibile è che questo obiettivo è considerato, dai tecnici preposti ai controlli, non perseguibile neanche con l’adozione delle migliori tecnologie disponibili. E non solo per la 27 forni. Dunque la questione è formalmente posta: l’abitato del Cotone e la cokeria (tutta) sono reciprocamente incompatibili. E’ possibile continuare a fingere che la questione non esista o non è il caso di progettare il futuro secondo il principio della sostenibilità ambientale ma anche sociale ed economica?

Rifiuti. Se ne producono circa un milione di tonnellate all’anno. Per avere un termine di paragone, rappresentano più di un terzo di tutta la produzione regionale di rifiuti urbani. Esiste un progetto (la piattaforma polifunzionale della Tap), datato oramai 1998, per aggredire questo problema sia in termini di mitigazione degli impatti che in termini di riutilizzo di materiali (che potrebbero sostituire il materiale vergine estratto dalle colline campigliesi). Occorre che la Lucchini pratichi velocemente lo spostamento e la costruzione di un nuovo cantiere Siderco con le tecnologie appropriate per far fronte all’enorme mole di scorie da lavorare e in modo da poterne riciclare una buona parte nella stessa piattaforma. Apprezziamo la notizia della decisione che sarà la Tap a progettare e costruire il nuovo cantiere Siderco. Ma occorre l’impegno preciso della Lucchini a far gestire l’intera filiera dei rifiuti prodotti dallo stabilimento alla società Tap di cui, peraltro è azionista, ma soprattutto occorre fare chiarezza sui finanziamenti promessi dal Ministero dell’ambiente. A questo proposito si rammenta che è ben scaduto il termine, indicato nell’accordo di programma, entro il quale doveva essere individuato concordemente il nuovo sito dell’impianto, mentre oggi leggiamo che «è avviato il confronto».

Bonifiche. Purtroppo siamo stati facili (ma inascoltati) profeti nel paventare che si fosse innescato un processo eterodiretto e poco chiaro che investe la bonifica, la gestione e la futura fruizione delle aree da bonificare e che prevede la regia di un soggetto del tutto esterno al territorio quale è «Sviluppo Italia» con ruoli totalmente subalterni degli enti locali e dell’imprenditoria locale. Dicemmo che questa «piega» non la condividevamo in radice e proponevamo che le gerarchie stabilite (nel magnificato protocollo d’intesa dello scorso anno) con «Sviluppo Italia», venissero semplicemente rovesciate! Pena la perdita dell’occasione di innescare una nuova filiera imprenditoriale locale del risanamento ambientale. E così sta succedendo. Il progetto delle «palancole», se è discutibile nel merito, lo è ancor più nel metodo. E intanto che si discute se, e quanti, e dove sono i finanziamenti, si continua a non fare assolutamente niente.

Acqua. Se la Lucchini deve porre urgentemente riparo alle proprie negligenze gestionali e deve adoperarsi per usare tutta l’acqua proveniente dall’impianto di depurazione civile, è possibile che il Comune continui a non imporre la contabilizzazione dei suoi emungimenti e dei suoi consumi? Insomma, siamo disponibili a contribuire al passaggio dalla fase delle richieste a quella dei progetti autonomi. E su quelli, non sugli auspici e sulle dichiarazioni di intenti, sviluppare il confronto e il conflitto.

*presidente del circolo di Piombino di Legambiente

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