[24/02/2011] News

La Libia, le tre scimmiette, Confindustria e i pacifisti

LIVORNO. Dalla Libia arrivano le immagini orripilanti di un genocidio nel quale un regime folle sprofonda il suo popolo nelle fosse comuni e nel sangue. Al Arabiya parla di 10mila morti, altri di 50.000. Bengasi si è liberata e i mercenari di Gheddafi bombardano Zawia, mentre gli insorti marciano verso Tripoli, dove le guardie pretoriane del dittatore e i fedelissimi del regime hanno già inondato le strade del sangue dei ribelli. Obama si dice sdegnato, mentre il nostro governo balbetta e invoca pacificazione davanti al massacro di un popolo, e pare più più preoccupato per il gas e il petrolio, per i lucrosi affari di Stato e per il crollo del muro anti-immigrati  fatto di omicidi, vessazioni e torture, che Gheddafi aveva costruito con i nostri soldi e le nostre armi...

In tutto questo fa certamente bene leggere sul Sole 24 Ore di oggi l'articolo "Tre scimmiette nel deserto" di Christian Rocca che sottolinea il pilatismo complice del nostro governo  e conclude: «L'idea del ministro Franco Frattini, secondo cui non è compito dell'Europa interferire negli affari interni della Libia, non è solo miope, sbagliata e fondata sull'illusione che il regime alla fine si salverà. È anche diametralmente opposta a un'ormai consolidata politica estera italiana, condivisa dai governi di centro-sinistra (Somalia, Serbia, Albania, Libano) e di centro-destra (Iraq e Afghanistan) e incentrata sul diritto all'ingerenza democratica e sul dovere d'intervenire per fermare i massacri a pochi chilometri di distanza da casa nostra», Ma fa male leggere sullo stesso giornale il furbesco cerchiobottismo del breve articolo non firmato (e quindi attribuibile alla direzione) intitolato "Non commuove il dolore della Libia"  che, come per un ormai collaudato riflesso condizionato, se la prende con i pacifisti italiani: «Stupisce che questa mattanza stia passando nel silenzio assordante di associazioni, organismi, enti sempre impegnati in prima fila quando bisogna, meritoriamente, difendere i diritti dei popoli oppressi in tutto il mondo. Fino ad oggi non abbiamo avuto notizia di condanne, né alte né basse, da parte di nessuno. Niente manifestazioni, nessuna bandiera della pace esposta, nessun corteo pacifista. Niente strali perché nessuno tocchi Caino. Eppure, al contrario, i manifestanti libici stanno cercando di liberarsi del Colonnello Gheddafi, uno dei dittatori più sanguinari dell'ultimo secolo. Sarà la stanchezza, sarà la rassegnazione, ma per i morti in Libia s'ode un silenzio assordante».

Più che assordato il giornale della Confindustria sembra sordo e cieco, perché le voci delle associazioni pacifiste e per i diritti umani si erano levate (e si levano) da anni in tutto il mondo, purtroppo inascoltate dagli imprenditori "pragmatici" che con il regime genocida Libico facevano (e fanno) affari d'oro. Non avevano visto gli industriali italiani, fin dal tempo di Gheddafi nella Fiat e nella Juventus, cosa succedeva nella nostra ex colonia? Non avevano capito quale era il prezzo dei loro affari quando seguivano in codazzi festanti il nostro capo del governo nelle tende beduine del dittatore? Non avevano capito quanto sangue, dolore, ingiustizia e sopraffazione c'era dietro l'accordo Libia-Italia che hanno calorosamente applaudito e che, in cambio della repressione dei migranti e dei danni di guerra per il colonialismo fascista, dava all'Italia ed alle industrie parastatali e private, appalti miliardari per costruire autostrade di regime e per trivellare altro gas e petrolio? Cosa pensavano gli industriali italiani quando, scortati da Berlusconi e dai suoi ministri, stringeva sorridente la mano di Gheddafi in occasione delle sue visite romane con tende, cavalli e hostess al seguito che ci hanno resi ridicoli (ancora una volta di più) davanti al mondo? Qualcuno si ricorda un qualche adirato commento confindustriale in occasione del baciamano di Berlusconi a Gheddafi in Libia che sta facendo il giro del web come dimostrazione dell'assoluta complicità del nostro governo con l'aguzzino di Tripoli?

Probabilmente tra le tre scimmiette del deserto Confindustria è la più grossa e la più cieca, sorda e muta nello stesso tempo... altro che prendersela con i pacifisti che posizione contro Gheddafi e il suo vergognoso regime l'hanno presa.   

Non è un caso se i primi a scappare dalla Libia in fiamme siano stati gli italiani e i cinesi, ma con una differenza: noi siamo ancora una democrazia, la  Cina è una dittatura che fa affari indifferentemente con tutte le dittature senza chiedere in cambio certo il rispetto dei diritti umani o la libertà di stampa, di riunione e di voto.  Anzi in quel che succede nel mondo arabo e nelle sue rivoluzioni c'è anche un'altra differenza tutta italiota, che un forse malinteso amor di patria (o speriamo una tardiva vergogna) hanno fatto sparire dalle pagine di quasi tutti i nostri giornali: il nostro Paese, l'Italia, è il primo partner commerciale della Libia, ma era anche il primo partner commerciale della dittatura tunisina di Ben Ali (circa 500 aziende italiane nel più piccolo Paese del Nord Africa) e il secondo partner commerciale della dittatura egiziana di Hosni Mubarak.  Non lo sapevano Confindustria e il Sole 24 Ore che l'Italia e la sua imprenditoria globalizzata stavano collaborando, arricchendo e sostenendo alcuni «Dei dittatori più sanguinari dell'ultimo secolo»?

Il Sole 24 Ore riesce a vedere qualche sostanziale differenza etica e di approccio politico tra questi due comunicati di Federpetroli e Legambiente? Fra un'associazione di imprenditori ed una dichiaratamente pacifista?

Dice il presidente FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, che sta monitorando ora per ora la situazione libica: «Secondo le fonti a noi pervenute e la situazione che in meno di 24 ore è evoluta, in Libia sono iniziate azioni di bombardamento su diverse città, a questo punto il rischio è evidente per il fattore umano in primis e, per tutte le infrastrutture presenti in Libia. Come nella Guerra del Golfo, se la posizione del Rais libico sarà ormai senza via di uscita, non ci sarà scelta su chi e dove bombardare, il danno alle infrastrutture energetiche sarebbe incalcolabile per milioni di euro, la preoccupazione non sarà più quella della fonte di approvvigionamento».

Dice Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente: «La comunità internazionale non può rimanere in silenzio di fronte a un tale genocidio. Imbarazzante il comportamento dell'Italia. Si aprano le frontiere e si predisponga invece, un idoneo e immediato intervento. Mentre si consuma un eccidio senza precedenti in Libia, l'unica preoccupazione dell'Italia è quella che non si rompa la "diga anticlandestini", creata con il trattato Italia-Libia. Siamo imbarazzati dai rapporti e dalle convenzioni stabilite dal nostro Paese con il colonnello Gheddafi sulla "prevenzione clandestina", dietro cui si nascondono continue violazioni dei diritti umani. E' necessario che il nostro Paese accolga l'appello dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati e apra le frontiere nazionali e ci si schieri concretamente a favore di un intervento immediato della Comunità internazionale per fermare al più presto questo genocidio».

E' evidente chi pensa al petrolio e chi al popolo libico, e non da ora. Forse quella del Sole è una voluta cantonata, un espediente polemico per evitare un'autocritica che sarebbe necessaria, perché con i morti per le strade e gli imprenditori italiani che scappano da Tripoli la miglior difesa non è certo l'attacco al presunto disinteresse dei pacifisti che hanno sempre gridato nel deserto muto e sordo della politica e dell'imprenditoria italiana, mentre nelle tende beduine di Gheddafi le tre scimmiette si tappavano occhi, orecchi e bocche e facevano la fila festose per firmare accordi petroliferi e per vendere le armi che oggi vengono usate per uccidere chi chiede libertà e pace.

Da segnalare inoltre la dichiarazione del presidente dell'Istituto Universitario Europeo, Josep Borrell Fontelles, sulla situazione in Libia:

L'attività di ricerca svolta all'Istituto Universitario Europeo a Firenze è spesso rivolta alle relazioni tra l'Europa e il mondo Arabo-Musulmano, con particolare attenzione ai rapporti trans-mediterranei e al tema delle migrazioni. «Per questa ragione - ha detto Borrell Fontelles - , sono costernato dalla brutale repressione con la quale il regime dittatoriale del colonnello Gheddafi soffoca le richieste di riforma del popolo. Nel momento in cui un governo ordina ai suoi carri armati ed elicotteri di massacrare indiscriminatamente la folla dei protestanti e il numero delle vittime raggiunge le centinaia, diventiamo spettatori di un ignobile capitolo della storia paragonabile agli eventi di Budapest e di Tiananmen.

Per questo motivo ritengo necessario che il nostro Istituto esprima la sua condanna contro questa brutale repressione. Personalmente condivido la decisione dell'Unione Europea di sospendere i negoziati di associazione con la Libia, paese che per altro non fa parte né dell'Unione per il Mediterraneo né del processo Euro-Mediterraneo.

Mi auguro sinceramente - ha concluso - che la risposta dell'Unione Europea agli eventi in Libia costituisca un valido sostegno ai diritti del popolo, violati da questa brutale repressione».

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