[30/12/2009] News

Un anno da ricordare per la scienza della sostenibilitÓ

ROMA. Chiudiamo un anno particolarmente intenso sul fronte del sempre più evidente intreccio tra problematiche ambientali, economiche e sociali. Il 2009 ha costituto un importante rafforzamento per la scienza della sostenibilità, "disciplina di incrocio di tante discipline", alla frontiera della nostra conoscenza, che si pone al servizio di chi opera nella politica e nell'economia tracciando la strada delle scelte che vengono fatte quotidianamente dai governi e dalle imprese in tutto il mondo. Una maggiore conoscenza e consapevolezza delle basi scientifiche della sostenibilità potrebbe far cambiare la "strada" sin qui intrapresa dai nostri modelli culturali dominanti.

Non a caso nel 2009 in Svezia, la nota rivista "Fokus" ha nominato"Swedish person of the year", la persona svedese del 2009, lo studioso della sostenibilità Johan Rockstrom, direttore dell'autorevole Stockholm resilience centre (www.stockholmresilience.org, uno dei maggiori centri internazionali di ricerca sulla sostenibilità e sulla resilienza). Le motivazioni di questo riconoscimento sono molto interessanti e riguardano il profondo lavoro di coinvolgimento e di ispirazione svolto da Rockstrom nel campo dei rischi dovuti ai cambiamenti climatici ed il suo contributo nell'indicare quanto l'azione umana non debba essere condotta al di fuori di quelli che egli stesso, insieme ad altri 28 scienziati di fama internazionale, ha definito i "confini planetari" che non dovremmo mai oltrepassare. 

Rockstrom è riuscito infatti a rendere l'idea, su base scientifica, della nostra strettissima dipendenza dai sistemi naturali e quindi del rischio di non oltrepassare i "confini planetari" indicati dagli scienziati. Si tratta infatti di confini imposti ai nostri modelli socio-economici dagli stessi limiti biofisici che presenta il nostro straordinario Pianeta. Inoltre Rockstrom ha indagato su quali siano i cambiamenti necessari per consentire all'umanità di continuare a svilupparsi.

Proprio nel 2009, come ho già più volte approfondito negli articoli di questa rubrica, Rockstrom ha pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica "Nature" , insieme ad altri 28 autorevoli scienziati delle scienze del sistema Terra e della scienza della sostenibilità (Rockstrom J. et al., "A safe operating space for humanity",Nature, vol,461; September 2009; 472-475), un lavoro veramente straordinario nel quale si sottolinea come il nostro impatto sui sistemi naturali stia facendo preoccupare l'intera comunità scientifica, perché in molte situazioni siamo ormai vicini a dei punti critici (a delle vere e proprie "soglie"), oltrepassati i quali gli effetti a cascata che ne derivano possono essere devastanti per l'umanità. Per questo motivo Rockstrom  e gli altri scienziati indicano, in questo lavoro, quelli che loro definiscono "i confini del pianeta" (Planetary boundaries), confini che l'intervento umano non può superare, pena effetti veramente negativi e drammatici per tutti i sistemi sociali.

La comunità scientifica (come ho più volte ricordato in questa rubrica) ritiene che ormai ci troviamo in un nuovo periodo geologico, che è stato definito dal premio Nobel Paul Crutzen, uno degli autori del lavoro su "Nature", Antropocene. Questo termine serve ad indicare come la pressione umana sui sistemi naturali del Pianeta sia diventata talmente significativa da essere paragonabile alle grandi forze geologiche che hanno modificato la Terra durante l'arco della sua vita.

Questa pressione è oggi a livelli veramente elevati, come ci dimostrano tutte le ricerche del Global environment change (il cambiamento ambientale globale) oggetto di approfondite analisi da parte di tutti gli scienziati del sistema Terra (vedasi il sito www.essp.org). Pertanto Rockstrom e gli altri  individuano nell'analisi pubblicata su "Nature" e sull'altro lavoro, ancora più approfondito e dettagliato, apparso  sulla rivista "Ecology and society" (vedasi www.ecologyandsociety.org)  nove grandi problemi planetari e sottolineano che, per tre di questi, e cioè cambiamento climatico, ciclo dell'azoto e perdita di biodiversità, le ricerche sin qui svolte, dimostrano che siamo già oltre il "confine" che non avremmo dovuto sorpassare.

Ricordo che la lista delle nove problematiche include: il cambiamento climatico, l'acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell'azoto e del fosforo, l'utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell'utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità, la diffusione degli aerosol atmosferici e l'inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.

L'opera di Rockstrom e degli altri scienziati si allinea in maniera molto chiara e netta al lavoro di tanti altri studiosi che, sempre nel 2009, hanno animato l'interessantissimo primo World Resources Forum (www.worldresourcesforum.org ), che ha avuto luogo a Davos in Svizzera, la stessa località ben nota in tutto il mondo per l'annuale World Economic Forum (www.worldeconomicforum.org ).

Non a caso la dichiarazione finale del Forum che ha visto la partecipazione dei migliori esperti internazionali dei flussi di materia e di energia, è stata intitolata "Il governo delle risorse. Gestire una crescente domanda di materie prime in un pianeta finito". La stabilità economica, ci ricordano questi studiosi, dipende, nel nostro mondo "finito", da quanto siamo rapidamente in grado di introdurre sistemi di produzione a basso impatto, capaci di soddisfare i bisogni umani e mantenendo una qualità della vita per tutti gli esseri umani. In perfetta sintonia con il concetto di "confini planetari" il Forum mette al primo posto delle sue richieste, l'attivazione di accordi internazionali basati su target di consumo a livello mondiale pro capite per l'estrazione ed il consumo di risorse, al massimo entro il 2015.

Si tratta di una sfida epocale che, sempre nel 2009, è stata, in qualche modo, avviata anche dalla 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti climatici  tenutasi a Copenaghen. Non si erano mai visti oltre 100 capi di stato e di governo presenti in un evento simile, a trattare un negoziato che prevede, inevitabilmente, un processo di fuoriuscita dall'attuale economia basata sui combustibili fossili con impegni di riduzione delle emissioni dei gas che modificano la composizione chimica dell'atmosfera incrementando l'effetto serra naturale, individuando tempi e modalità di attuazione per raggiungere i target indicati.

La sfida è veramente imponente ed ha visto discutere paesi ricchi e paesi di nuova industrializzazione insieme ai paesi poveri, che sono coloro i quali subiscono maggiormente gli effetti devastanti degli attuali cambiamenti climatici in atto. Come sappiamo il vertice di Copenaghen non ha raggiunto gli obiettivi sperati mirati a concludere l'approvazione di un trattato concreto e stringente con indicazione di target e tempi. In ogni caso non possiamo disconoscere che si è realmente aperta una nuova era. L'impegno che i partecipanti di Copenaghen si sono presi nell'ottenere una chiusura del negoziato entro il 2010, ci lascia ben sperare sul fatto che il nuovo anno dovrà essere focalizzato su temi come questo, che dovranno raggiungere la stessa importanza dei temi classici dell'agenda politica internazionale, come attualmente è l'obiettivo della fuoriuscita dalla crisi economica e finanziaria globale.

Finalmente, anche se con grande fatica e dopo un ingente quantità di tempo investito, la comunità internazionale sta comprendendo che ci troviamo in una grave situazione di deficit "ecologico" , una vera e propria crisi strutturale che deve essere seriamente affrontata e risolta per il bene dell'intera umanità. Ci auguriamo che questo sia lo spirito che animerà il grande lavoro che si dovrà fare nel 2010.

 

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