[15/10/2009] News

Il “green carbon” č blu. Proteggere mare e coste per combattere il cambiamento climatico

LIVORNO. Unep, Fao, Unesco ed Iucn hanno presentato l'atteso "Blue Carbon - The role of healthy oceans in binding carbon", una corposa pubblicazione di 80 pagine che evidenzia la necessità di creare un fondo "Blue Carbon" destinato alla salvaguardia ed al recupero dei principali ecosistemi marini se davvero i governi vogliono lottare contro i cambiamenti climatici.

Secondo il rapporto «Le emissioni di carbonio, che rappresentano la metà delle emissioni annue dell'insieme del settore mondiale dei trasporti, sono catturate e conservate dagli ecosistemi marini quali le mangrovie, le paludi e le praterie sottomarine. Un calo della deforestazione terrestre combinata ad una riabilitazione della copertura e dello stato di questi ecosistemi marini permetterebbe un calo del 25% di queste emissioni, riduzione necessaria per evitare un cambiamento climatico "pericoloso".

Il rapporto, al quale hanno lavorato importanti scienziati, sottolinea che «invece di salvaguardare e favorire questi pozzi naturali di carbonio, l'umanità li distrugge e li degrada a velocità accelerata. Fino al  7% di questi "pozzi di carbonio blu" vengono distrutti ogni anno, cioè sette volte più velocemente che 50 anni fa. Se non agiamo per conservare questi ecosistemi vitali, potrebbero scomparire entro 20 anni».

Presentando il rapporto alla Conferenza Diversitates in corso a Città del Capo, il direttore dell'Unep,  Achim Steiner ha detto: «Sappiamo già che gli ecosistemi marini valgono molti miliardi di dollari in settori come il turismo, la protezione delle coste, la pesca e i servizi di depurazione delle acque. Adesso abbiamo scoperto che sono i nostri alleati naturali nella lotta al cambiamento climatico. Infatti, secondo questo rapporto, la fine della distruzione ed il ripristino degli ecosistemi marini potrebbe permettere di compensare fino al 7% delle emissioni attuali da combustibili fossili ad un prezzo ben inferiore a quello delle "macchine" che catturano e sequestrano il carbonio nelle centrali».

Il rapporto arriva sul tavolo negoziale di Copenhagen dove una delle poche cose certe è che i Paesi sviluppati sono disposti a pagare per il "green carbon" delle foreste attraverso il meccanismo del Redd, e  Steiner aggiunge che «I legami tra deforestazione e cambiamento climatico sono chiaramente visibili sul radar politico, ma il ruolo e le possibilità che rappresentano gli altri ecosistemi sono probabilmente misconosciuti ed ancora sottostimati. Se il mondo si deciderà a lottare veramente contro il cambiamento climatico, ogni fonte di emissione ed ogni possibilità di riduzione dovrebbero essere valutate scientificamente e portate all'attenzione della comunità internazionale. Questo include ogni colore del carbonio, compreso soprattutto il blu che riguarda il mare e gli oceani».

Dal rapporto emerge che sono gli organismi marini, e non quelli terrestri, a catturare più carbonio biologico o "verde" (il 55%) che bisognerebbe quindi chiamare Blue Carbon. Tra gli organismi viventi del mare svolgono un ruolo essenziale il plancton ed i batteri, ma anche le praterie sottomarine come la posidonia, le zone umide costiere e le mangrovie che ricoprono meno dell'1% dei fondali marini , ma sequestrano più della metà della CO2 assorbita dai sedimenti oceanici, probabilmente fino al 71%. Una performance eccezionale, visto che questi delicati habitat costieri rappresentano solo lo 0,05% della biomassa vegetale terrestre.

I pozzi di carbonio e gli estuari catturano e sequestrano tra gli  870 ed 1.650 milioni di tonnellate di CO2 all'anno, evitando la scomparsa ed il degrado di questi ecosistemi e favorendone il ripristino si potrebbe compensare in 20 anni dal 3 al 7% delle attuali emissioni da combustibili fossili, più della metà della riduzione prevista grazie alla diminuzione della distruzione delle foreste pluviali. Gli effetti sarebbero paragonabili ad almeno il 10% dei tagli necessari perché la concentrazione di CO2 nell'atmosfera si mantenga al di sotto delle 450 parti per milione, soglia massima perché l'aumento globale della temperature non oltrepassi i 2 gradi.

Se le misure ambientali per incrementare il Blue Carbon si unissero a quelle del Redd si potrebbe arrivare, semplicemente salvaguardando l'ambiente terrestre e marino, ad una riduzione fino al 25% delle emissioni necessarie per non superare i 2 gradi in più.

In più il rapporto sottolinea che «Contrariamente a quel che succede sulla terra, dove il carbonio può restare sequestrato diversi decenni, forse diversi secoli, quello degli oceani rimane per millenni». Quindi proteggere il mare e le coste conviene e costa meno di nuove tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 ancora tutte da sperimentare. Eppure in alcune aree del sud-est asiatico fino al 90% delle mangrovie sono state distrutte a partire dagli anni ‘40. Va anche detto che progetti di recupero su vasta scala dei mangrovieti sono stati realizzati con successo nel Delta del Mekong e che lo stesso sta accadendo per diverse zone umide costiere in Europa ed Usa. Ma i Paesi che dovrebbero subito puntare al restauro dei loro "pozzi blu" sono quelli dove sono presente grandi aree costiere con acque poco profonde, come l'India, numerosi Paesi dell'Asia-Pacifico, quelli rivieraschi del Mar Nero, dell'Africa occidentale, dei Caraibi, ma anche la costa orientale degli Usa e la Russia.

Inoltre il mondo ha un interesse economico immediato a salvaguardare i "pozzi costieri di CO2": sono gli ecosistemi più produttivi e forniscono il 50% del pescato mondiale e garantiscono l'alimentazione di base per 3 miliardi di persone e il 50 % delle proteine animali per 400 milioni di abitanti dei Paesi meno sviluppati.

I servizi ecosistemici delle coste marine sono valutabili in 25.000 miliardi di dollari all'anno, una ricchezza che secondo il rapporto é messa a rischio «da un utilizzo non sostenibile delle risorse naturali ma anche da una cattiva gestione dei bacini idrici, da uno sviluppo costieri o irragionevole e da una gestione dei rifiuti insufficiente. Le comunità di queste aree trarrebbero dalla protezione e recupero delle zone costiere, grazie ad una gestione integrata e coordinata, dei molteplici vantaggi in materia di salute, di produttività del lavoro e di sicurezza alimentare».

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